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Partorire ai tempi del Coronavirus

photo of pregnant woman
Photo by Daniel Reche on Pexels.com

Il parto è, da sempre, considerato un momento fondamentale nella vita di una donna, una sorta di passaggio verso il completamento di se stesse. Una rinascita. Indubbiamente è un momento dedicato sia a livello emotivo che fisico, ma nella maggior parte dei casi possiamo avvalerci del supporto del nostro partner e dei nostri cari. Le loro attenzioni e la loro vicinanza fanno si che questa esperienza così intensa sia quanto più piacevole possibile, nonostante le difficoltà che comporta. Partorire nel 2020, invece, non è esattamente la stessa cosa, . Partorire nel 2020 significa, per tutte, dover affrontare da sole il dolore e la gioia di diventare mamma, che sia la prima o la decima volta, senza distinzione di classe sociale, di età, di sensibilità all’argomento, di tipologia di parto, si è sole, non c’è scelta, non ci sono sconti. Il virus decide per noi il modo in cui dobbiamo dare alla luce i nostri figli e non abbiamo strumenti per fare diversamente.

La mia testimonianza


Il 24 aprile 2020 nel tardo pomeriggio inizio ad avvertire i primi dolori con un’ intercorrenza di circa 30 minuti l’uno dall’altro, capisco che finalmente ci siamo, o quasi, conoscendo i miei lunghi travagli. Decido di camminare, fare docce calde e attendere ancora. In serata i dolori iniziano ad intensificarsi, alle 24 lascio i bambini a mia madre e partiamo. Le strade sono vuote, c’è un silenzio così forte che fa rumore, è venerdì sera, ma sembra lunedì, o meglio sembra un giorno che non esiste, qualcosa di estemporaneo come, infondo, sono questi mesi. Vuoti, freddi, quasi inquietanti. Arriviamo a Napoli, il lungomare non sembra quello di sempre, non è pieno e festoso, nessuno osa passeggiare. Nessuno può. Respiro cercando di accompagnare il dolore, so che dovrò farlo ancora per qualche ora, Roberto mi lascia giù, mi prendono i parametri e mi invitano a salire in reparto, da sola, con dolori sempre più frequenti. Mi accolgono le ostetriche, gentili come sempre, almeno questo non è cambiato. La notte trascorre tra una contrazione e l l’altra, Roberto dorme in auto, non ci sono alberghi aperti ma non se la sente di tornare a casa. Sa che sto soffrendo. Ha paura, come si ha paura sempre per un parto. Stavolta un Po di più. In reparto sono sola, nella mia stanza posso trovare solo il conforto dello spiraglio di sole che fa capolino all’alba. Cammino nel corridoio con tanto di mascherina e dolore, piegandomi ritmicamente ad ogni contrazione. Per fortuna ricevo le chiamate dei miei cari e delle amiche che mi danno una forza incredibile. Alle 17 e 30 di quel 25 entro in sala parto, dopo un travaglio, che, purtroppo, non è stato più breve del solito, sulla terza spinta mi strappo la mascherina e nasce Alice! Stavolta senza musica, senza idromassaggio, senza papà, con il mare davanti, però. Luce in un periodo buio. Le ostetriche sorridono. Mi danno il telefono e stremata avviso Roberto che sale per soli dieci minuti, la tiene tra le braccia con gli occhi lucidi, sa che deve andare via subito. L’emozione è la stessa di sempre, la situazione assolutamente diversa, non toglie nulla ad un grido così forte come quello di un bambino che nasce. Oggi come oggi complimenti alle donne che compiono miracoli, viva la vita, che va sempre oltre la paura

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Antonella Viccaro
1992 diplomata nel 2010 presso il Liceo Pedagogico e delle Scienze Umane di Vairano scalo. Autrice del romanzo " La bambina che ha conosciuto il ferro" 2019.

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