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Perché Benigni è davvero Pinocchio, ma non lo condanno

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È dal 2011 che seguo i servizi di Report solo sul web, per ridurre l’effetto di quella che ritengo una vera e propria forma di veleno: come potrei chiamare diversamente un’informazione che produce nella mia coscienza la sensazione di una corruzione capillare, estesa, virtualmente invincibile in tutti i settori della società italiana? La desolazione va assunta in piccole dosi, o mina speranza e volontà di lottare.

Ieri sera ho guardato tutta la puntata che aveva tra i servizi quello dedicato all’ultimo, probabile esborso pubblico per ripianare perdite private: Cinecittà, fiore all’occhiello dell’industria artistica italiana, trasformata in una società per azioni a partire dal 1998, con un’operazione “bipartisan” iniziata da Prodi, proseguita col contributo di Rutelli e portata a termine col consenso di Sandro Bondi.

Su tutti, colpisce la figura di Luigi Abete: presidente di Cinecittà dal 1996, è anche a capo della società per azioni che rileva privatamente Cinecittà. Quanto sbaglierei nel dire che è come uno che si mette alla guida di un autobus pubblico e lo va a parcheggiare nel suo garage privato?

Passata di fatto ai privati, Cinecittà perde dal 1998 al 2008 il 40% del valore della sua produzione: perché questa emorragia? Se dei privati acquistano un bene per poi farlo affondare così o sono del tutto incapaci oppure hanno piani diversi da quelli originari.

Un indizio può venire dai progetti illustrati proprio da Abete fin dal 1998 e osteggiati dai lavoratori di Cinecittà. Questi progetti comprendono multisale, centri commerciali e alberghi, e fanno nascere il dubbio che i privati volessero impossessarsi del marchio solo per trasformarlo in un contenitore di altre cose.

L’anno dopo, in questo film entra in scena un protagonista solitamente impegnato su ben altri palcoscenici: al Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles, primo giorno di primavera, l’attore Roberto Benigni riceve una consacrazione universale vincendo 3 Premi Oscar con il film “La vita è bella”.

Il regista-attore è in procinto di girare il suo film successivo, il primo dopo la vittoria dell’ambito premio. La sua produzione si ritrova nella zona di Terni, dove erano state girate molte scene (specie quelle dei lager) in “La vita è bella”. Si tratta di un vecchio complesso industriale semi abbandonato, che il Comune ha iniziato a riqualificare con una spesa di 6 miliardi e 624 milioni di allora.

Benigni ha vinto 3 Oscar, Benigni è chiamato a fare la Storia: il suo “Pinocchio” (che alla fine costerà 45 milioni di euro, film più costoso nella storia del cinema italiano) ha bisogno di teatri più grandi e di strutture adeguate.

Ad intervenire, allora, è Mario Cotone, produttore degli ultimi due film di Benigni, che investe sette miliardi e mezzo di lire per trasformare gli ex stabilimenti chimici in una vera e propria “cittadella del cinema” dotata di mense, laboratorio di scenografie e sartoria e di tre teatri di posa, di cui uno attrezzato per effetti speciali e un altro così grande da superare qualsiasi altro in Europa e poterci ricostruire dentro intere città. La Exon di Cotone rileva la gestione dei teatri di posa dal Comune di Terni, che ne è proprietario. I lavori vengono effettuati a tempo di record e Benigni gira qui Pinocchio per poi entrare lui stesso nella gestione dei teatri costituendo con Cotone una società, la “Spitfire”, che firma un accordo con il Comune di 6 anni rinnovabili in altri 6.

E inizia così l’impresa di “Pinocchio”: 28 settimane di riprese, 8 mesi di preproduzione e 8 di postproduzione.

Un film durato un secolo, è il caso di dirlo: inizia praticamente a fine anni 90 (per lo stesso Benigni il progetto sarebbe legato a Fellini, che lo avrebbe voluto protagonista in questo ruolo per un film legato al personaggio di Collodi) e termina nel 2002 con l’uscita nelle sale.

Nuovo millennio, nuova valuta, nuovi problemi. Un pianeta diverso.

Un pianeta che forse non era nello stato d’animo giusto per apprezzare questa pellicola, che alla fine è riuscita con gli incassi al botteghino a coprire meno dei costi di produzione. La Miramax, mattatrice e protagonista nel successo degli Oscar di “La Vita è bella”, stavolta subodora il flop e forse non distribuisce adeguatamente il film. In Italia, “Pinocchio” riceve solo 2 David di Donatello (scenografia e costumi). All’estero prende parecchi ceffoni, e Benigni passa dall’Oscar del 1999 al Razzie Award del 2002, “vincendo” il premio come Peggior Attore.

Nel 2003 la crisi diventa anche professionale: tra la famiglia Benigni e il produttore Cotone si giunge ad un divorzio consensuale, Cotone viene liquidato e Benigni resta unico proprietario degli Studios di Papigno: pensare di gestirli da solo è assurdo, e inizia a cercare finanziatori.

Si fanno avanti proprio i “rivali” di Cinecittà. Si parla di un grande rilancio dell’area, Regione e Comune investono altri milioni di euro nello sviluppo delle strutture di Papigno e della sinergia con altre strutture comunali. Altri milioni pubblici.

Alla fine, nel 2005, si inaugurano gli Umbria Studios. Cinecittà compra parte delle quote di Benigni e promette di farsi carico dei 5 milioni di euro, iscritti a bilancio come debiti verso controllanti.

Il resto è storia di oggi. Del legame con le produzioni cinematografiche è rimasto poco. Il ruolo “attivo” del marchio Cinecittà oggi è per lo più legato ai destini di un parco divertimenti. Gli stabilimenti di Papigno sono praticamente abbandonati, con una perdita stimata in 200 posti di lavoro più i milioni spesi dagli enti e dai privati. Cinecittà sta per tornare (dopo un giro avventuroso sull’ottovolante privato) in mano allo Stato, sempre pronto ad accollarsi i debiti di pochi, pagandoli con i soldi di tutti.

Roberto Benigni, attore e regista travolto da un successo che forse (anzi, sul piano economico direi “sicuramente”) non è stato in grado di gestire, dal momento dell’acquisizione ha girato a Papigno solo una parte di “La tigre e la neve” (altro film dai costi alti, 35 milioni, dai bassi incassi e dalla tiepida accoglienza) e un paio di canti del suo “Tutto Dante”.

A questo punto una buona sceneggiatura prevederebbe il riscatto del personaggio, e forse il ritorno a dimensioni più idealiste e battagliere (un ritorno agli esordi dissacranti?) ma le cose non vanno così.

Benigni non diventa un cinico tycoon o un truffatore. Del resto nemmeno il servizio di Report lo dipinge così (come potrebbe?). Vista in questo modo, la storia di Benigni sembra più quella di un tizio che si ritrova male in arnese e chiede aiuto, trovando il sostegno di persone dalle quali finisce poi per essere usato.

Pinocchio nelle mani di Lucignolo.

Benigni nasce come incendiario fustigatore di democristi, socialisti e clericali, attraversa una fase goliardica infallibile, poi viene eletto (suo malgrado?) a Santone della settima Arte. Attraversa rovesci economici (che probabilmente, indirettamente, finiremo col pagare noi) e viene ridotto al rango di utile mascotte, portata in giro nel grottesco circo che fu la visita ufficiale dell’ex premier Matteo Renzi al Presidente Obama.

La sua figura, che tanto ho amato e che oggi mi mette addosso una indicibile tristezza, sia monito per tutti gli artisti che nascono liberi e che vengono, per un motivo o un altro, accostati ad un falso Olimpo fatto non di riconoscenza, ma di riconoscimenti.

Sia questa storia un inno all’umiltà e alla libertà della vera Arte. Per il resto, non ci resta che piangere.

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