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Perché studiamo la storia: un viaggio tra memoria e ricordo, recupero e rielaborazione

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Memoria e ricordo hanno lo stesso significato? Sono una la funzione dell'altro o viceversa? E' possibile recuperare un'informazione in maniera fedele o sarà alterata dal passare del tempo?
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Il mio professore di lettere al Liceo sosteneva sempre, e con gran fervore, l’importanza di studiare la Storia. Soleva dire che “il miglior modo per ricordare qualcosa è non dimenticarla mai più”.

Vi risparmio l’ilarità generale e le battute divertite e provocatorie, miste a una buona dose di interdizione, che generava al tempo, in noi adolescenti, questa affermazione.

Sembra un concetto pernicioso, a tratti così ridondante da sembrare non dire poi niente.

Che significa, infatti, ricordare per non dimenticare? Esiste una differenza tra ricordo e memoria?

Per noi che tra quei banchi studiavamo anche filosofia, suonava quasi offensivo o mortificante non riuscire a carpire il significato più profondo di quell’affermazione. C’è chi sostiene che memoria e ricordo sono la stessa funzione, chi dichiara che la memoria è uno stratificarsi di ricordi, chi mette in relazione la memoria col tempo, chi con la coscienza, chi, come Kant, con l’immaginazione riproduttiva.

La versione più ancestrale e tuttora riconosciuta attribuisce alla memoria il ruolo di un contenitore. In riferimento allo studio della storia, la memoria si configurerebbe quindi come un magazzino zeppo di date e fatti e guerre e orrori, trattati di pace e armistizi. 

Per amore di sintesi e per spiegare meglio cosa significhi quell’affermazione, ci rifaremo alla radice etimologica di “memoria” e “ricordo” per sottolinearne le differenze.

 Mentre il ricordo, dalla sua radice etimologica “re” =indietro – “cor” = cuore, andava a configurarsi come un atto più che razionale o logico, sentimentale, emotivo. Era un “richiamare al cuore” prima ancora che alla mente e quindi un modo intimo, personale, di far riemergere il passato.

La memoria, dal latino “memor” è la capacità di ritenere e riprodurre pensieri, anche in assenza delle circostanze in cui questi si verificarono.

Se è davvero così, perché il mio Professore dava maggior adito alla memoria che al ricordo, in riferimento allo studio della storia? 

Perché, nell’ottica kierkegardiana, “il ricordo è un traditore che ferisce alle spalle”, intendendo con ciò la sua capacità di insinuarsi in noi anche senza un consapevole atto di recupero dell’informazione, di rievocazione consapevole. In altre parole non siamo noi a ricordare, è il ricordo che ci sovrasta, che si impone. Questa proprietà di “involontarietà” è da un lato positiva perché si pone come automatica e quindi non richiede un dispendio cognitivo o sforzo intenzionale da parte nostra. C’è una traccia che viene rievocata perché alcune condizioni, solitamente simili a quelle in cui si è verificato l’apprendimento/ immagazzinamento, si ripetono e conciliano il richiamo. Dall’altra parte è negativa perché sfugge al nostro controllo e alla nostra stessa volontà e chiaramente la vita di ognuno di noi è piena di ricordi sia belli che meno belli e, a volte, sarebbe preferibile poter operare una distillazione e scegliere cosa ricordare. Per di più, data la nostra intrinseca necessità di mantenere di noi stessi un’immagine unitaria e coerente, non è da escludere che spesso riempiamo i vuoti della memoria con falsi ricordi, ovvero con ricostruzioni estemporanee di eventi che non si sono realmente verificati ma che abbiamo interiorizzato trasversalmente perché ne abbiamo sentito parlare, abbiamo visto un film, letto un libro particolarmente coinvolgente o perché semplicemente appartengono al vissuto di qualcun altro. Studiare la Storia non può implicare questa dose di fantasia e creatività; ogni cosa ricordata, che riemerge dal passato, è sempre anche comunque soggetta all’alterazione della riproduzione. Ma è proprio questo che deve essere evitato: cedere ai nostri capricci interpretativi. 

Dopo la memorizzazione ci raccomandava dunque di mettere in atto, ogni volta, volontariamente e consapevolmente, un atto di recupero, ritenendo così di poter evitare o limitare una distorsione o alterazione del ricordo. La memoria insomma, se disciplinata e soprattutto esercitata, sarebbe diventata nella sua visione più che un mero contenitore di informazioni. 

Date le premesse, dovrebbe apparir chiaro che, come sosteneva Agostino nelle Confessioni, “la memoria non è una funzione del ricordo” ma, piuttosto, come sosteneva Hegel “una tecnica di accesso al ricordo” che come tale deve essere costantemente monitorata affinché possa realmente avvenire un recupero corrispondente quanto più possibile alla verità. Quando parlo di recupero intendo la capacità di ripescare ciò che era stato immagazzinato, ovvero messo da parte per poi essere ritrovato, ritrovandolo nelle stesse condizioni in cui era stato lasciato e quindi in grado di vincere la caducità del tempo. In parole povere, si deve garantire una identica riproduzione della realtà archiviata.

Tuttavia la mera riproduzione non è mai del tutto possibile semplicemente perché la memoria non funziona in maniera così macchinosa e meccanicistica. Ogni processo di recupero si configura anche sempre, come già detto, come un processo costruttivo, quindi di riproduzione non del tutto fedele, di rielaborazione

 Proprio perché sappiamo quanto sia difficile, dobbiamo esercitare la memoria, cioè la facoltà di ritenere le informazioni, più della ricordanza che è una facoltà passiva di ricerca.

Dobbiamo farlo non solo per non dimenticare mai più, ma soprattutto per evitare che certe cose si ripetano. In quest’ottica solo potremmo dire di aver imparato la storia e con essa i nostri errori.

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