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“Qual è il mio nome in…?” – Adattare il proprio nome in lingue dell’Asia dell’Est

Dato il particolare ramo di formazione universitaria, al sottoscritto sono spesso posti quesiti che hanno per tema le lingue, i modi di pensare e le abitudini di vita presenti in Asia dell’Est. La domanda posta più spesso riguarda la possibilità di adattare il proprio nome in cinese, giapponese o coreano, lingue basate su sistemi di scrittura che non impiegano l’alfabeto latino.

Premessa: In ambito accademico, vi è la generale tendenza ad interpretare il termine lingua nella sua accezione di “famiglia linguistica”. Quanto detto nel presente articolo è, tuttavia, tarato soltanto sulle varietà standard delle lingue in questione. Se applicato alle varietà locali, invece, potrebbe non del tutto rispecchiare il vero.

La risposta è sì. Non solo l’utilizzo di certi espedienti linguistici rende ciò possibile, ma sapere come scrivere il proprio nome in quei caratteri è una capacità richiesta persino nella compilazione delle domande di visto. Non ci si lasci trarre in inganno dalla apparente semplicità e fattibilità di questa operazione, pensando che anche un non madrelingua possa compierla senza problemi. È altrettanto facile, infatti, correre il rischio che l’appellativo creato risulti bizzarro agli occhi di un parlante nativo a causa di un utilizzo errato dei sistemi di scrittura. Conoscere questi e saperli distinguere è il primo passo per una resa del proprio nome che sia adeguata.

I mattoni che compongono il sistema di scrittura della lingua cinese sono caratteri dalla forma complessa definiti Hanzi 汉字 (漢字) (della cui evoluzione è raccontata la storia in questo articolo), detti anche sinogrammi. Non si può conoscere o dedurre in maniera certa la pronuncia di un singolo hanzi a partire dalle sue componenti, a meno di non aver memorizzato la sua trascrizione.

Esempio di calligrafia cinese con Hanzi. I riquadri rossi al lato delle calligrafie cinesi sono sigilli e, solitamente, riportano il nome di chi ha realizzato la calligrafia. (Wikipedia)

Tra le lingue appartenenti ai paesi limitrofi al celeste impero che, in passato, impiegavano gli hanzi, solo il sistema di scrittura giapponese ha finito per conservarne l’utilizzo. Qui, gli hanzi (col nome di Kanji 漢字), sono utilizzati contemporaneamente a due alfasillabari (due insiemi di segni dalla pronuncia generalmente fissa che fondono il suono di una consonante e quello di una vocale), entrambi evoluti a partire dagli inizi dell’epoca Heian (794-1185). Essi sono:

  • Il Katakana カタカナ, dapprima impiegato quasi esclusivamente dagli uomini per testi ufficiali e testi importati dalla Cina. Fu adottato, successivamente, per i prestiti linguistici e le trascrizioni di suoni;
  • Lo Hiragana ひらがな, una scrittura derivante dalla corsivizzazione di alcuni caratteri cinesi impiegati   nel loro valore fonetico. L’ampio utilizzo nella scrittura letteraria da parte delle donne di corte ha fatto sì che essa, anche oggi, venga percepita come una scrittura tipicamente femminile.
La biografia di Michael Bublé nella pagina di Wikipedia giapponese. Sotto, un’indicazione che mostra i tipi di caratteri impiegati e la loro alternanza.

Sia i kanji (a partire dal 1946) che gli hanzi (tra il 1956 e il 1964), nella Repubblica Popolare Cinese, sono stati oggetto di una serie di riforme di semplificazione. Colpiscono le diverse soluzioni adottate per ridurre il numero di tratti di uno stesso carattere nelle due lingue differenti (ad esempio, il carattere 龜 di “tartaruga” è diventato 龟 in RPC e 亀 in Giappone).

La lingua coreana utilizza un alfabeto definito hangeul 한글, introdotto ufficialmente nel 1446 da re Sejong della dinastia Joseon (1392-1910). La combinazione dei suoi simboli, anch’essi di pronuncia generalmente fissa, dà luogo a blocchi sillabilici. L’immutabile struttura di questi prevede, in qualunque caso, una consonante iniziale, una vocale mediale (semplice o composta) e, eventualmente, una o due consonanti finali. Si pensi, ad esempio, alle due sillabe della parola salam 사람 (“persona”), rispettivamente combinazioni di ㅅ,ㅏe  ㄹ, ㅏ, ㅁ.

Sulla base delle regole appena spiegate, esistono essenzialmente due modi per scrivere il proprio nome nelle tre lingue asiatiche. Il primo metodo si basa sul calco fonetico, una riscrittura dell’appellativo che utilizzi sillabe esistenti nel sistema fonetico della lingua di destinazione. Alle nuove sillabe, successivamente, sono associate corrispondenti unità grafiche. Seguendo la procedura appena descritta, ad esempio, il nome “Frank Sinatra” diventa:

  • フランク·シナトラ (Furanku Shinatora) in giapponese. Si noti come, in questo caso, ad essere impiegato è esclusivamente il Katakana;
  • 弗兰克·辛纳特拉 (Fúlánkè Xīnnàtèlā) in cinese. La lingua cinese conta circa 85.000 caratteri, ma l’uso corrente ha fatto sì che i caratteri impiegati nelle trascrizioni venissero ristretti a un numero preciso e limitato di unità;
  • 프랭크 시나트라 (Peulaengkeu Sinateula) in coreano, a causa della mancanza di un suono corrispondente alla lettera F in questo sistema linguistico.

I nomi generati col metodo del calco dimostrano un certo grado di precisione ed univocità, dimostrandosi adatti a testi didascalico-informativi. Tuttavia, sono manchevoli nell’ottica della praticità. Una tale quantità di caratteri è problematica da memorizzare, soprattutto se non si è abituati ad avere quotidianamente a che fare con tali tipi di grafemi. Per questo motivo, è generalmente preferibile creare il proprio nome ex novo, tenendo conto delle caratteristiche generali che i nomi assumono nei singoli paesi.

La stragrande maggioranza dei nomi di persone appartenenti all’etnia Han, maggioritaria in Cina, si compongono di un cognome – generalmente, ma non sempre – monosillabico, e un altro appellativo composto da uno o due caratteri (come il nostro “prenome”, che, però, nel mondo asiatico si scrive sempre dopo il nome di famiglia). Il totale non supera un massimo di due o tre caratteri. Alcuni esempi fittizi sono Zhang Baoqiang 张宝强 (prenome: Baoqiang) e Ma Wenting 马文婷 (prenome: Wenting). Sebbene il governo della RPC abbia redatto e revisionato un elenco di caratteri standardizzati tra cui scegliere per dare nomi ai neonati, esso non è entrato ancora in esercizio, rendendo potenzialmente possibili tutte le combinazioni di caratteri.

Anche i nomi coreani tendono a seguire la stessa struttura a due-tre blocchi sillabici (con un tetto massimo di cinque), una per il cognome e due per il prenome. Nella stragrande maggioranza dei casi, i blocchi sillabici in hangeul che compongono il nome sono ricavati dalla pronuncia di caratteri cinesi (chiamati Hanja) corrispondenti. Nei documenti legali della Corea del Sud, il nome di una persona è spesso presente in entrambi i sistemi di scrittura. Se una persona ha nel nome un hanja non ufficialmente approvato dagli elenchi governativi, non può usarlo in campo formale e deve sostituirlo col corrispettivo in hangeul. In Corea del Nord, invece, i nomi in hanja sono stati aboliti ma la gente conosce lo stesso i caratteri cinesi corrispondenti e i loro significati. Esempio di nome tipicamente coreano è I Mi-yon 이미연 (che corrisponde solitamente agli hanja 李美姸 e in cui Mi-yon è il prenome).

In giapponese, la maggioranza dei nomi propri è composta da kanji, anche qui regolati da elenchi governativi. In rari casi, si impiegano hiragana e katakana in compresenza o in sostituzione dei kanji. I nomi giapponesi possono arrivare ad essere molto più lunghi di quelli descritti sopra: fino a tre caratteri per il cognome (esistono anche cognomi da quattro o cinque, ma sono molto più rari), tre al massimo per il prenome. Sebbene la maggioranza di cognomi e nomi di tipo più “tradizionale” utilizzi le letture dei kanji di tipo kun (kun’yomi 訓読み, derivate storicamente dal giapponese), come nel prenome Tomohisa del fittizio Saitō Tomohisa 斉藤 智久, un gran numero di essi utilizza anche letture on (on’yomi 音読み, di origine cinese).

Gli inkan giapponesi sono timbri con inciso il nome della persona a cui appartengono. Hanno valore legale, e possono (ma non sempre) sostituire una firma. (Wikipedia)

Colpisce come tanti nomi di donna, in Asia dell’Est, riprendano nomi di fiori e piante o facciano riferimento alla bellezza, delicatezza o cultura di chi li porta. I nomi maschili, invece, possono variare da nomi di alberi, riferimenti all’acqua a parole che abbiano un nesso con l’erudizione o la virilità. Occorre ricordare, tuttavia, che nessuna categoria è ad appannaggio esclusivo di nessun genere.

Generalmente, il nuovo nome ha niente o ben poco in comune con il proprio corrispettivo, ma non è sempre così. Citando come esempio la lingua cinese, si può scegliere di riprendere elementi semantici, come quando si rende il cognome “Bianchi” con Bai 白  (“Bianco”); o fonetici, come nel caso di “Luca” che diventa Luka 卢卡. Il nome cinese dell’autore di questo articolo è De Fulang 德福郎. Foneticamente parlando, richiama la sua controparte in caratteri latini; semanticamente, cognome (德) e prenome (福郎) portano rispettivamente i significati di “virtù” e “giovane fortunato”.  

Sarebbe stato impossibile avere un tale grado di inventiva, per il livello di conoscenze della lingua posseduto al tempo dal sottoscritto, il quale ha preferito, invece, domandare aiuto ad un insegnante. Rivolgersi ad un madrelingua fidato – non necessariamente un insegnante – perché ci aiuti a creare un appellativo, invece di dare per scontato che saremmo in grado di farlo da soli è, forse, la soluzione migliore per evitare figuracce. Se proprio non avete alcun amico cinese, giapponese o coreano, almeno adesso avete un’ottima scusa per rivolgere a qualcuno di loro la parola e far nascere una magnifica amicizia.

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Francesco De Dominicis
Classe 1995, Francesco (in arte Frank Dedo) è specializzato in Lingue e Civiltà Orientali all'Orientale di Napoli. Tra un articolo e l'altro, adora guardare vecchi film del cinema cult, scrivere racconti e canzoni e strimpellare strumenti vari.

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