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Quel Demonio d’un Demanio

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Ferragosto 2017. Non ancora concluso. Scrivo qualcosa, sperando di non far troppi torti a nessuna mente pensante, in questa giornata all’insegna del puro ozio. L’immagine che ho fissa nella mente è composta da tanti ombrelloni, mossi da un vento a volte anche fastidioso, e dal sole che tenta di non essere filtrato dagli stessi. Questo ricordo in scatti diventa poi in movimento, facendomi ritrovare con un giornale in mano e lo sguardo che di tanto in tanto si distrae, andando verso il bagnasciuga, poi verso l’orizzonte, dando per scontato il mare. Il punto è che appare scontata anche la proprietà dello spazio in cui mi trovo, tra l’entrata del lido e il limitare della spiaggia. Proprietà del demanio, con concessioni e proroghe ai gestori (in Italia sono circa 30.000) che, di fatto, ne rendono monopolizzatori degli spazi in questione. Nulla da voler togliere all’attività in sé, ciò che mi suona strano, oltre che ingiusto, è l’utilizzo di uno spazio per natura pubblico, in maniera quasi esclusiva, e senza regole su tariffe e vincoli da parte dello Stato stesso. Il guadagno dei vari gestori, a fronte di canoni relativamente bassi, in rapporto alla potenzialità e ai fatturati ottenuti, è di certo derivante dall’abilità e dai servizi svolti dagli stessi, ma credo che un buon cinquanta per cento (se non di più) derivi dalla location e dall’esigenza di usufruire di tali luoghi, per i quali, mi ripeto, si pagano canoni ridicoli. Non mi addentro nei meandri delle gestioni parallele, quelle che, oltre e a volte più dello Stato stesso, organizzano la distribuzione e l’affidamento di tali aree, in special modo quelle più fruttuose. Il malaffare dove c’è business elevato e a breve periodo, non può di certo non essere presente, in un modo o nell’altro. Ma questa è un’altra storia. Siamo pur sempre a Ferragosto. Come si dice: relax? Ahaahahhahahahaha. Forse noi cittadini ci siamo rilassati fin troppo. Non abbiamo bisogno di nessun Ferragosto. Ad ogni modo, ritornando nell’immagine in divenire di cui parlavo prima, mi ritrovo seduto su un terrazzino di legno del lido in questione, a bere una Peroni da 33 cl. Dopo averla pagata cinque euro. E va bene la stagionalità dell’attività in questione. E va bene lo scontrino fatto senza battere ciglio. E va bene il panorama (che, come per la spiaggia, è bene comune a prescindere). E va bene anche il dover fare affidamento su un generatore di corrente elettrica, che fa lievitare un tantino i costi di gestione per ciò che riguarda l’energia.  Però non riesco a spiegarmi questo aumento del trecento per cento, di uno dei prodotti nostrani e forse più venduti nel panorama nazionale. E non parla uno col cosiddetto braccino corto. Non sono ricco (forse proprio per questo), ma non  mi sono mai lamentato di quanto costasse un prodotto piuttosto che un altro, quando si è nell’ambito della ragionevolezza. Ora, sempre nell’orbita  della visione precedente, a conclusione di tutta la filiera, mi ritrovo a pagare il parcheggio (che guarda caso è situato a pochi metri dalla spiaggia, tanto che anch’esso ha il pavimento di sabbia): tre euro all’ora, che moltiplicate per le sette ore di permanenza, fanno 21 euro. Niente male. Da sottolineare che, rovistando tra le carte del pantalone, appena tornato a casa, ho notato che la ricevuta del parcheggio era anche non fiscale. Ad onor di cronaca. Eppure, per quanto riguarda la gestione e le concessioni balneari, proprio in questi giorni, in Parlamento, si sta procedendo a discutere delle eventuali proroghe (alle proroghe) per i soggetti titolari. Un’ultima ed ennesima proroga stabiliva la scadenze all’anno 2020. C’è chi ha intenzione di proporre un’ulteriore slittamento, fino al 2080. Avete sentito bene: altri sessant’anni. In altre parole: un’altra vita! Deborah Bergamini di Forza Italia e company, però, non hanno fatto bene i conti con la direttiva europea chiamata Bolkestein. Questo ulteriore tentativo di invasione negli affari nostrani (non bastavano Ttip, Ceta e simili), mette in discussione, in nome della libera concorrenza e della libera iniziativa commerciale transfrontaliera, tra le altre cose, anche le concessioni balneari. Secondo il principio che in un mercato europeo aperto, tutti i partner debbano avere pari opportunità di partecipazione a gare, facendo offerte migliorative, per l’ottenimento di concessioni che, altrimenti, sembrano avere il sapore del monopolio. Magari! Se ci fosse uno Stato con le palle, forte nelle scelte, che non abbia fatto una scelta liberista ormai da circa mezzo secolo, che abbia la visione di essere in prima persona fautore di guadagni, prendendone il giusto compenso, e distribuendolo nei diritti di cui un popolo ha bisogno, forse, e dico forse, non ci sarebbero né concessioni pluriennali né interventi europei fatti in virtù anche di quel famigerato debito pubblico (per me illegittimo), con il quale ci vediamo ricattati continuamente. Non capirò mai il concetto per il quale un privato debba sapere gestire e ottenere maggiori risultati in una operazione commerciale che non lo Stato. Non comprenderò mai appieno chi dice che la storia ha dimostrato esattamente che solo l’impresa privata può ravvivare l’economia. Non avrò mai abbastanza scienza per giustificare questa diseguaglianza voluta e perpetrata in maniera scellerata da chi, da tale dislivello sociale ed economico, trae proprio arricchimento sotto ogni profilo: economico, socio-politico e, per logica conseguenza, legislativo. Chi ha questi due tipi di potere, con un buon collante di metodi mafiosi ben nascosti, può consentirsi anche qualche sonno tranquillo. Ma torniamo a noi. Anche se i fatti sono strettamente collegati. Andiamo di nuovo nello specifico. La Bolkestein ha in sé il rischio, non troppo recondito, di generare dumping sociale, mettendo in concorrenza tra poveri, tutte le categorie di professionalità che si ritroverebbero a prestare servizio sotto altre leggi, oppure con le stesse leggi (e gli stessi stipendi) sotto cieli nazionali diversi. Ripeto, non entrerò nel merito della questione perché non è il luogo, né il tempo è sufficiente a divulgare nemmeno a grandi linee, tutta la direttiva europea, ma un esempio (reale) di ciò che è accaduto in Svezia, va doverosamente fatto. Non essendoci, nella nazione svedese, una legge sul salario minimo, una ditta lettone, vincitrice di un appalto di costruzione nella cittadina di Vaxhlom, si è sentita autorizzata ad applicare il salario lettone. Circa dieci volte inferiore a quello della Svezia. Concorrenza sleale? Si ma in linea con la bolkenstein. Ora, dopo questo esempio che, per quanto limite, ha in sé il germe di quanto può accadere una volta applicata davvero la direttiva stessa, posso chiudere questa giornata, e queste quattro righe, dicendo che 1) la svendita del nostro territorio non avrà mai fine fin quando non si acquisisce una cultura dell’onestà, della fruibilità delle opportunità del territorio, dei doveri dei singoli in quanto parte di un tutto socialmente organico e dello Stato stesso, che tale modus operandi controlli e gestisca in nome di ideologie ben chiare e non equivocabili; 2) queste continue intrusioni nella sovranità popolare esisteranno sempre nella misura in cui faremo solo finta e ci forgeremo di essere stato sovrano (con le esse minuscole); 3) ho pagato 136 euro per stare 7 ore a mare. Di questi soldi sarebbe stato bello sapere che almeno una percentuale cospicua fosse andata nelle tasche di uno Stato pronto a convogliarla su infrastrutture pubbliche come ospedali o scuole. Purtroppo ci siamo rilassati troppo, come dicevo prima, ed ora abbiamo (consapevolmente o meno) delegato a uno stato che ha delegato a privati e super manager (anche pagati con soldi pubblici), le sorti del nostro futuro. Se di futuro si può parlare.

Buon Ferragosto …

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