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23 novembre 2017

Reavoluzione: la luna, il faro e il popolo

Stasera c’è un graffio argenteo nel nero cielo. La luna è l’unica visibile, oltre le luci della città. Esile semicerchio di immane bellezza e suggestione. Sto guidando verso casa. In una sera come tante. Stanco e un po’ stressato dal lavoro. Penso che si è fortunati a poter dire di averne uno, di lavoro. Eppure sembra tutto così inconsistente, così effimero, così momentaneo. In altre parole, e per usare un termine su tutti, così precario. Non voglio parlare della sicurezza che proviene dal posto fisso. Anche se vorrei poter dire a chi ha la possibilità di averlo, di non lamentarsi senza motivo; di non timbrare il cartellino e andare a fare i fatti propri, in barba al popolo; di non cimentarsi in altri lavori extra, a volte sfruttando proprio il ruolo e lo status del proprio lavoro pubblico, togliendo occasioni ed opportunità ad altre persone altrimenti disoccupate. Non voglio parlare nemmeno dei simil-imprenditori da strapazzo, che con la scusa del rischio personale giustificano le migliori vigliaccate ai danni dei dipendenti e persino alcuni legami con il malaffare. Senza dirlo esplicitamente, ci mancherebbe altro. Anzi, spesso passando per magnanimi. Direi nel senso che mangiano la città dove vivono. Non voglio nemmeno parlare della politica al soldo di questi ultimi. Che al posto di ricoprire il proprio ruolo nobile di amministratrice super partes, si presta troppo spesso a fungere da facilitatrice di legami e infiltrazioni nella cosa pubblica del privato senza scrupoli, molte volte legato o esso stesso esponente di clan di ogni genere e grado. Non voglio parlare neanche dell’omertoso popolo, un tempo sovrano. Almeno sulla carta. Quella carta. La più importante di tutte. La più dimenticata e stuprata, offesa, vilipesa, scartata, offuscata, attaccata, taciuta, rinnegata, tumulata, sventrata, calpestata: la Costituzione. Un canto di giustizia che, se solo applicata, sarebbe un trionfo di democrazia ed eguaglianza. Quel popolo, capace di miracoli e slanci umani di inaudita efficacia, stretto e costretto nei meandri della propria paura. Nell’abisso della speranza persa. Nel vortice di un ingranaggio meccanico e spietato, che lo vuole suddito. Schiavo e succube delle elemosine e delle regalie che dall’alto dei tavoli precostituiti cadono giù. Debole perché dimentico della sua vera forza, forgiata sulla propria coscienza. Una classe che ha smarrito la sua identità, perché radicata, forse, su modelli non più uguali e mutevoli nel tempo. Una classe alla quale hanno fatto credere di non esistere più. Di non aver più bisogno di esistere. Di scegliere modelli di società migliori e più moderni. Di non aver bisogno di pensare, di istruirsi, di studiare, di reclamare i propri diritti, di urlare alla rivoluzione, semmai ce ne fosse bisogno. E forse è proprio questo il punto: chi è pronto a una rivoluzione? E, soprattutto, chi è pronto a una rivoluzione senza appartenenza? Quando si parla di popolo, spesso, mi vien da ridere. Nel senso che mi chiedo se chi pronuncia tale termine sappia realmente il suo significato. Di moda, anzi molto di tendenza, è diventata la parola populismo. Essa viene usata quasi sempre nella sua accezione negativa. Indicando un atteggiamento che suscita una immediata ma falsa aspettativa di giustizia per la maggioranza del popolo stesso. Analizzando più in profondità il significato di questa parola, mi accorgo che molte volte essa è offuscata da chi la pronuncia. Denigrare l’avversario politico di turno, cercare di metterne a nudo la presunta mancanza di capacità e di potenzialità. Ecco a cosa si riduce questo termine. Facciamo un esperimento, ora. Facciamo finta di dare per scontato che la parola populismo abbia un’ accezione positiva e propositiva, come credo che molte delle persone che adottano un atteggiamento positivo verso la maggioranza della popolazione abbiano. Resta da individuare chi identifichiamo per popolo. E chi tale si sente. Popolo non è un’ etnia, né una razza, né una maggioranza religiosa, né tantomeno un gruppo borghese che per mantenere il proprio benessere lascia marcire una parte più consistente dei propri simili. Popolo non è una nazione, o un confine, o una parte di gente al di là o al di qua di un muro. Popolo non è nemmeno un colore, un continente, un’isola paradisiaca o un paradiso fiscale. Popolo è la consapevolezza di essere uguali tra simili. Di avere la forza di lottare affinché il diritto del singolo sia diritto di tutti. Di comprendere la propria infinita forza data dallo stesso fatto di essere maggioranza incontrastata e numerosa. Massa critica che sa affrontare le criticità. Modello di equità sociale e di sostenibilità civile dell’uomo, come della natura in cui esso vive e dalla quale prende in prestito gli elementi che lo mantengono, appunto, in vita. Come mai questo popolo ha smarrito la propria consapevolezza di classe? Come mai tale maggioranza si è lasciata usurpare da figure che, affermando di volere il suo bene, l’ hanno ridotta a subalterna schiava in cerca di salvare se stessa, senza tener conto della sua appartenenza ad un noi più grande? Ad un blocco che tutto sblocca, con la sola forza del proprio camminare? Del proprio libero e funzionale lavoro? Del proprio tempo libero che proviene dalla libertà stessa del proprio diritto alla vita? Stasera non voglio cercare risposte a tali quesiti. Mi accontenterei di rispolverare qualche vecchia storia che sembra fiaba ma che favola non è. Vorrei poter contare i passi degli operai che vanno in fabbrica pur sapendo di essere sfruttati. Dei laureati in fila per un concorso che difficilmente vinceranno, vittime di imbrogli e di assegnazioni a tavolino. Delle mamme che stentano a fare la spesa aspettando i mariti che, con la schiena spezzata, tornano a casa con magrissimi stipendi, tentati a volte da quelle macchinette demoniache, benedette dallo Stato, chiamate “slot”. Vorrei poter contare i viaggi dei soldi delle lobby, dei potenti, dei padroni del mondo, mentre con un click vengono trasferiti in conti sicuri ed esentasse. Evasori dell’anima umana. Evasioni che costano care all’umanità. Al popolo, appunto. Vorrei saper annullare le distanze tra un ricco e un povero. Poter prendere all’un per cento della popolazione mondiale la ricchezza che detiene illegittimamente, e ridistribuirla ai legittimi proprietari. Ovvero a quel 99% che vive sotto i capricci di tali famiglie. Vorrei ma non posso. Perché da soli l’unica cosa che si può fare è vivere quel senso di impotenza che viene dalla rabbia. La rabbia di sapere che c’è un esercito spontaneo e autosufficiente per applicare per sempre la democrazia diretta, ma che non è consapevole di se stesso in quanto tale. Perseverare nella crescita di consapevolezza è l’unica arma in questa fase di guerriglia. Centimetro dopo centimetro, libro dopo libro, istruzione dopo istruzione, volontà su volontà e piccoli ma significativi passi, uno dopo l’altro. Sono queste le azioni che danno vita ad una reazione. Ad una evoluzione. Ad una rivoluzione cosciente, onesta, con la schiena dritta. Potremmo parlare di “Reavoluzione”. Fondendo insieme i tre termini. Perché quando una massa si accorge di subire, non può far altro che reagire ai soprusi. Quando si accorge di essere regredita, non può che evolversi. E quando ha consapevolezza di essere schiava di un sistema che tale la vuole, non può non ribellarsi. Questo in teoria, che spero possa essere pratica. Prassi di un popolo cosciente di se stesso e della propria potenza …  Sto tornando a casa. Stanco dal lavoro. Con troppi pensieri che si mischiano tra loro. Eppure con una chiarezza che non ho mai provato prima. Quel graffio nel cielo, seppur parte irrisoria di un tutto, è un segnale certo. Una luna crescente è un segno di speranza, di fiducia che un giorno si possa avere luce dall’intero popolo. Per l’intero popolo. Con l’intero popolo. Quel graffio argenteo è una sfida ai falsi dei del cielo. E se un atto tanto forte è ben visibile da occhio umano, non può che essere esempio di inizio. Scintilla e faro di superba bellezza che, mentre tende a crescere, coinvolge porzioni sempre più grandi di cielo. Porzioni sempre più grandi di uomini. Luminoso come l’astro celeste, un popolo cosciente di se stesso non teme la gravità né l’orbita di un arrogante elites, mossa dalla sua autoconservazione a mostrarsi indispensabile alle masse. Mai bugia più grande fu creduta dall’umanità. In ogni tempo e ad ogni longitudine spaziale. Stasera torno a casa dal lavoro … consapevole di non essere solo. Io mi sento parte di un tutto più grande. Di cui difendere e pretendere che vengano rispettati i diritti, la libertà, il benessere e l’autosufficienza. E tu?

Il nulla per il niente

Io sto con gli ippopotami … !

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Eugenio Lato

Breve è la vita. Non si può non scriverla!

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