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Renato Filippelli, Poeta Cascanese – Uomo, prima di tutto

DiThomas Scalera

Gen 20, 2017

Spesso accade che ci si perda nella miniera della storia, che un volto, un canto, una pagina di vita vissuta, passino inavvertite. Il compito del giornalista e, in senso esteso, dell’uomo assennato, è, quello di dare luce a quel volto, a quella parola, a quella vita che ha battuto il suo ritmo sul tamburo del sangue. Ecco perché parlare oggi di Renato Filippelli. Poeta Campano, nato a Cascano di Sessa Aurunca nel 1936  – quando si è poeti, ogni mondo è Patria – si dice – e si gioca con il tempo come in una eterna infanzia. Scomparso nel 2010, ma radicato, adesso, nella “vita della popolarità”, per chi lo conobbe o per chi, solo ora, ha fra le mani i suoi versi.  Si legge di un uomo vivamente legato alle storie e agli affari della propria culla natia, dai Monti del Massico ai filari di noccioli, dal monte Aoria alle strettoie della retorica di piazza, dove il tempo si perde, prima, e poi si raggruma in una veglia profonda, nella vigilia di una festa sempre solo sperata. Con gli amori familiari stretti in un grappolo di fratellanza e presenza, con gli amici e l’infanzia fatta di giochi e di misteri. Le feste, il San Giuseppe dei fuochi e del vino e quello degli altari di fiori incastonati a mo’ di perle ai piedi della vecchia statua nella chiesa di Sant’Erasmo – i gigli, le sterlizie.

 

Mi segui per via / mi circondi / di sparuta dolcezza, / tenti il cuore / con parole di sogno, ed ecco, smuori / nel pianto, stanca della mia protervia. / Ma che vuoi? Ch’io ritrovi l’improvviso stupore al tuo messaggio…

Oppure, ancora: Io ebbi da bambino / parole già segnate / dal ritmo, e la mia gente / tingeva di stupore / l’occhio che vigilava la mia vita. Nella luce / dei giorni mi portavo sulle spalle, / come un agnello, il mio pezzo di terra.

 

Ecco quel grappolo di amori che si sgrana, sillaba per sillaba, a comporre negli occhi del lettore quel messaggio atteso e che forse, com’è giusto che sia, come per ogni verità, si ascolta con il pensiero sommerso; che ognuno tragga la propria, di verità, che la porti dall’altrove al verso. Siamo liberi, come i poeti, di innamorarci delle cose perdute. Siamo liberi, come i poeti, di smarrirci nella “cantica dei venti”. Come i poeti, siamo liberi di scegliere nel mazzo di carte un frutto possibile, un destino che ci si cucia addosso alla perfezione.

 

La vita corre, ma concede le sue pause, da sé e della poesia. Renato Filippelli dice “aridi” i suoi anni in cui non scrisse – allora non si è più poeti? No, certo, però ci si impadronisce della propria umanità e – uomini – si ritorna, prima o poi, a fare del verso la propria vita e di ciascuno, l’esistenza diventa una livrea incandescente, quella veste che calza a pennello, appunto.

Morti, vittorie, lasciti da una spiritualità comunitaria e poi ancora lutti e bandiere che si dimenano nell’aria del cuore e della parola, fulcro del linguaggio delle genti. La sua opera è racchiusa in un volume edito dalla Gangemi Editore, pubblicato di recente, con audio disco allegato, in cui è la sua voce a recitare alcuni dei suoi versi più sentiti, il volume è intitolato “Tutte Le Poesie”. Vale la pena di ascoltare, di leggere, di farsi ghermire dalla sua parola ch’è parola di uomo, prima di tutto; camminare per le stesse strade che egli ha calcato, da Via Palombaia, dove visse, ai vicoli più faticosi, dove pare quasi che il tempo si sia fermato a chiedere scusa per il disturbo. Perdersi nella quiete nervosa che circonda la sua piccola casa nella campagna, fra le vigne e le stradine polverose, piegarsi ad invocare o maledire, in un impeto d’amore, i suoi stessi padri. Ma se è certo che Filippelli è figlio della sua terra, nel senso più accorato dell’espressione, è anche vero che la sua poesia, alla pari dei grandi maestri del Novecento, tracima dalle sponde e si versa nei più ampi scenari dell’Italia. In Filippelli Dio, figura “magma”, è idolo di luce nella cui tematica si ha la sua formula poetica più alta, ma è anche un Dio che si può invitare a bere un bicchiere di Falerno del Massico, con il quale mettersi a colloquio – come con un vecchio amico. Fuori dall’osteria dei pensieri, qualcuno gira la strana clessidra del cuore, così che un aprile diventa maggio e un settembre apre i suoi gangli all’autunno; un amore si trasforma in partenza e un treno perduto, in un’occasione nuova da accogliere con le mani aperte. Questo, fra le altre cose, segna la poesia di Filippelli e, che si sia o meno poeti, a ciò non ci si sottrae – chiaro come una fonte.

 

Di Renato Filippelli

STO CON LE LORO VOCI

 

Tu mi chiedi, sgomenta della luce

arida e chiusa dei miei sguardi, antiche

parole, una certezza di cammino

per le nostre creature, chiami sogni

lontani, l’ombre nostre che si giunsero

all’acque del Volturno; ma non ho,

vedi, che mi trattenga alla mia sorte

altro che la marea

sorda, implacata a battermi,

della speranza dei miei morti; e ancora

m’addosso al muro del sagrato,

davanti ai roghi della notte                                                          

di San Giuseppe,

spezzo il pane crociato

della fraternità con la mia gente.

Sto con le loro voci, aspre, profonde

di pudore, di gioie ferme e tranquille;

e ci son quelli che mi benedissero

l’infanzia e poi mi tolsero l’amore,

il moto dello sguardo.

Porto con me la loro morte, chiusa

nella mia scorza: frutto che matura.

 

Perché anche la morte, come la vita, è frutto che matura.

 

 

Al seguente link altre poesie di Renato Filippelli:  http://www.renatofilippelli.it/wp/

 

 

Elia Belculfinè

Documento senza titolo

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Thomas Scalera

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