Lun. Set 23rd, 2019

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Riflessioni sulla povertà: spettro di ogni città

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Sempre, in ogni luogo, epoca o tempo, si è sente parlare di povertà e di ricchezza. Ciò accade ancora oggi amaramente nella nostra città di Casagiove. Povertà e ricchezza costituiscono, infatti, gli estremi della società economica. C’è chi non possiede ricchezza e dispone a malapena del necessario per vivere o, a volte, scarseggia anche di questo, e, contemporaneamente, c’è chi, invece, possiede grandi quantità di denaro e di beni materiali. Forse, dovremmo chiederci il perché tutto questo accade ancora. Perché nella nostra collettività si riesce a inglobare in un unico ceto sia ricchi che poveri? Il motivo si può riscontrare nella mancanza di equità e nei dislivelli presenti nella società. L’industrializzazione e lo sviluppo economico avrebbero dovuto, in qualche modo, influire positivamente su questa divisione, eppure così non è stato: il progresso ha determinato insieme alla politica ancora di più, situazioni ingiuste. È inutile, infatti, accrescere i servizi, le tecnologie e quant’altro, se alla base c’è ancora una società culturale primitiva e una povertà di animo e di spirito. Fin dalle origini del patto sociale, ricchezza e povertà hanno diviso gli uomini. A ciò ha contribuito, sicuramente, anche la classe politica. La politica rimane ancora ferma infatti, si sono sviluppate nella nostra società invidia, corruzione e, in un periodo, dove le lotte civili dovrebbero recitare un ruolo importante per la risoluzione dei problemi della popolazione. Un noto proverbio recita che “miseria e ricchezza hanno un diavolo per capello”, e cioè che ognuna comporta aspetti negativi. Ciò corrisponde a verità, in quanto chi non possiede, necessariamente, vive in una situazione sfavorevole e, in un certo senso, è anche giustificato per il suo comportamento poco consono al vivere civile. Chi ha la possibilità di vivere in modo più agiato, quindi, dovrebbe comportarsi meglio, ma spesso non è così. Infatti, più si possiede, più si vuole possedere e, come se non bastasse, entrano in gioco anche avidità e avarizia. Il ricco crede di essere onnipotente; è convinto che con il denaro si possa comprare tutto, anche la felicità. Chi ha denaro ha ciò che vuole ed è chiamato signore. È sempre circondato da persone che volentieri stanno al suo fianco, sperando di ricevere qualche beneficio. Ma non sa che anche la ricchezza è provvisoria. Il denaro si spende facilmente, ma è difficile guadagnarlo. Ancora oggi, molta gente fa sacrifici enormi per guadagnare un misero stipendio, e, poi, a spenderlo è un niente. Chi vive nell’abbondanza non si rende conto di questo meccanismo ed è portato a strafare. Uno stato perciò deve saper frenare i vari individualismi e deve emanare leggi che garantiscano il giusto equilibrio tra ricchi e poveri. Già quando un bimbo nasce, non sceglie di essere ricco o povero, ma viene a trovarsi nella condizione economica della sua famiglia. E quindi, se ci fosse una società più equa, senza distinzioni economiche, culturali e sociali, molte persone sarebbero più felici, sapendo di non vivere una vita difficoltosa. Ciò è facile a dirsi, però, a quanto pare la realtà è diversa. La società è sempre più improntata su un’economia rapida, sul mercato, sulle borse, sull’industria, sul consumo. Tutto sta diventando commerciale e statistico. Si conosce il prezzo di tutto, ma non si conosce più il valore delle cose.

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