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Sessa Aurunca. Ritratto di Renato Filippelli, il poeta nato a Cascano

DiThomas Scalera

Dic 17, 2016

SESSA AURUNCA. Spesso accade che ci si perda nella miniera della storia, che un volto, un canto, una pagina di vita vissuta, passino inavvertite. Il compito del giornalista e, in senso esteso, dell’uomo assennato, è, quello di dare luce a quel volto, a quella parola, a quella vita che ha battuto il suo ritmo sul tamburo del sangue. Ecco perché parlare oggi di Renato Filippelli. Poeta Campano, nato a Cascano di Sessa Aurunca il diciannove Febbraio del 1936 – ma quando si è poeti, ogni mondo è Patria, si gioca con il tempo come in una eterna infanzia. Scomparso nel 2010, ma radicato, adesso, nella “vita della popolarità”, per chi lo conobbe o per chi, solo ora, ha fra le mani i suoi versi. Si legge di un uomo vivamente legato alle storie e agli affari della propria culla natia, dai Monti del Massico ai filari di noccioli, dal monte Aoria alle strettoie della retorica di piazza, dove il tempo si perde, prima, e poi si raggruma in una veglia profonda, in una vigilia di una festa sempre solo sperata. Con gli amori famigliari stretti in un grappolo di fratellanza e presenza, con gli amici e l’infanzia fatta di giochi e di misteri. Le feste, il San Giuseppe dei fuochi e del vino e quello degli altari di fiori incastonati a mo’ di perle ai piedi della vecchia statua nella calda, raccolta chiesa del paese – i gigli, le sterlizie.

Mi segui per via / mi circondi / di sparuta dolcezza, / tenti il cuore / con parole di sogno, ed ecco, smuori / nel pianto, stanca della mia protervia. / Ma che vuoi? Ch’io ritrovi l’improvviso stupore al tuo messaggio…
Oppure ancora Io ebbi da bambino / parole già segnate / dal ritmo, e la mia gente / tingeva di stupore / l’occhio che vigilava la mia vita. Nella luce / dei giorni mi portavo sulle spalle, / come un agnello, il mio pezzo di terra.

Ecco quel grappolo di amori che si sgrana, sillaba per sillaba, a comporre negli occhi del lettore quel messaggio atteso e che forse, com’è giusto che sia, come per ogni verità, si ascolta con il pensiero sommerso, che ognuno tragga la propria, di verità. Siamo liberi, come i poeti, di innamorarci delle cose perdute. Siamo liberi, come i poeti, di smarrirci nella cantica dei venti. Come i poeti, siamo liberi di scegliere nel mazzo di carte un frutto possibile, un destino che ci si cucia addosso alla perfezione.

La vita corre, ma concede le sue pause, da sé e della poesia. Renato Filippelli dice “aridi” i suoi anni in cui non scrisse – allora non si è più poeti? No, certo, ma ci si impadronisce della propria umanità e – uomini – si ritorna, prima o poi, a fare del verso la propria vita e di ciascuno, l’esistenza diventa una livrea incandescente, quella veste che calza a pennello, appunto.
Morti, vittorie, lasciti da una spiritualità comunitaria e poi ancora lutti e bandiere che si dimenano nell’aria del cuore e della parola. La sua opera è racchiusa in un volume edito dalla Gangemi Editore, pubblicato di recente, con audio disco allegato, in cui è la sua voce a recitare alcuni dei suoi versi più sentiti, il volume è intitolato “Tutte Le Poesie”. Vale la pena di ascoltare, di leggere, di farsi ghermire dalla sua parola ch’è parola di uomo, prima di tutto; camminare per le stesse strade che egli ha calcato, da Via Palombaia, dove visse, ai vicoli più faticosi, dove pare che il tempo si sia fermato quasi a chiedere scusa per il disturbo. Perdersi nella quiete nervosa che circonda la sua piccola casa nella campagna, fra le vigne e le stradine polverose, piegarsi ad invocare o maledire, in un impeto d’amore, i suoi stessi padri. Ma se è certo che Filippelli è figlio della sua terra, nel senso più accorato dell’espressione, è anche vero che la sua poesia, alla pari dei grandi maestri del Novecento, tracima dalle sponde e si versa nei più ampi scenari dell’Italia. La sua poetica ha stabilito un punto di rottura con una “divinità eterea”, in Filippelli Dio è idolo di luce, sì, ma anche di carne, nella cui tematica si ha la sua formula poetica più alta, è un Dio che si può invitare a bere un bicchiere di Falerno del Massico. Fuori dall’osteria dei pensieri, qualcuno gira la strana clessidra del cuore, così che un aprile diventa maggio e un settembre apre i suoi gangli all’autunno; un amore si trasforma in partenza e un treno perduto, in un’occasione nuova da accogliere con le mani aperte. Questo, fra le altre cose, segna la poesia di Filippelli e, che si sia o meno poeti, a ciò non ci si sottrae.

Di Renato Filippelli
STO CON LE LORO VOCI

Tu mi chiedi, sgomenta della luce
arida e chiusa dei miei sguardi, antiche
parole, una certezza di cammino
per le nostre creature, chiami sogni
lontani, l’ombre nostre che si giunsero
all’acque del Volturno; ma non ho,
vedi, che mi trattenga alla mia sorte
altro che la marea
sorda, implacata a battermi,
della speranza dei miei morti; e ancora
m’addosso al muro del sagrato,
davanti ai roghi della notte
di San Giuseppe,
spezzo il pane crociato
della fraternità con la mia gente.
Sto con le loro voci, aspre, profonde
di pudore, di gioie ferme e tranquille;
e ci son quelli che mi benedissero
l’infanzia e poi mi tolsero l’amore,
il moto dello sguardo.
Porto con me la loro morte, chiusa
nella mia scorza: frutto che matura.

Perché anche la morte, come la vita, è frutto che matura.

Al seguente link altre poesie di Filippelli: http://www.renatofilippelli.it/wp/

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Thomas Scalera

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