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Terrore in Egitto: carneficina nel Sinai, circa 300 vittime

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Sono 235 le vittime ufficiali dell’attentato terroristico ai danni della moschea di Al Rawdah, in Egitto, ma potrebbero superare le 300, con più di 100 feriti accertati. Sono questi i numeri del più grande attacco nella penisola del Sinai da quando, nel 2013, è scoppiato il conflitto tra governo egiziano e jihadisti legati all’Isis e ad Al Qaeda. A bordo di 4 fuoristrada, i terroristi sono giunti nei pressi della Moschea dove hanno piazzato e fatto esplodere diversi ordigni, per poi iniziare subito a sparare sui fedeli. Le motivazioni della spietata carneficina andrebbero ricondotte alla “tipologia” di culto islamico che si professa in quel luogo. I Sufi infatti, pur essendo a tutti gli effetti una “branca” dell’Islam, vengono definiti dallo stato islamico come eretici e apostati. Non si sono fatte attendere le risposte sia verbali che materiali da parte dell’Egitto. Mentre infatti Al Sisi, in un drammatico ed accorato discorso televisivo a reti unificate, ribadiva il dolore e lo strazio conseguente a tale barbarie, preannunciando che ci saranno conseguenze ancora più dure nei confronti dello stato islamico e di Al Qaeda, a pochi chilometri di distanza dalla moschea venivano “intercettate e neutralizzate”, da parte dell’aviazione egiziana, le 4 vetture usate per l’attentato. Ovviamente nessun superstite. Almeno ufficialmente. Oltre alle 4 vetture anche altri due camion, che trasportavano “persone coinvolte nell’attentato”, sono stati individuati e neutralizzati. Al Sisi ha infine dichiarato che ci saranno azioni durissime contro lo stato islamico “a nome di tutto il mondo”. Un appello alle armi, quindi, che lascia intendere un coordinamento con i vari stati occidentali che già operano regressivamente contro il terrore islamico. Intanto Papa Francesco si dice “profondamente addolorato” per quanto accaduto, per “la grave perdita di vite umane”, mentre Donald Trump non ha esitato a definire l’attacco “orribile e vile”. Non ci sarebbero solo cause religiose comunque. Ad alimentare e a dare una “spiegazione” alla strage ci sarebbero anche l’alleanza tra i “Partigiani di Gerusalemme”, gruppo jihadista egiziano che è di base proprio nella penisola del Sinai (ribattezzata Stato del Sinai n.d.r.) e l’Isis. Questo atto infatti è avvenuto dopo mesi dalla dichiarazione della tribù Al-Sawarka, teatro della strage, aveva annunciato la propria volontà a schierarsi apertamente contro lo stato islamico. Concentrato soprattutto nell’angolo nord-est del Sinai, al confine con la Striscia di Gaza, è in corso da 4 anni e mezzo un conflitto a bassa intensità tra le forze armate egiziane e quelle dello stato islamico. Non solo religione quindi, ma anche interessi che muovono azioni e reazioni.

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