• Gio. Gen 27th, 2022

The house of Gucci – la recensione

Se è vero quello che diceva Pasolini per i libri, che il valore di un romanzo si percepisce dalla prima pagina, allora forse vale anche per i film: si capisce tutto dalla prima inquadratura. Cosa succede nel momento in cui il regista deve intrigare, solleticare al massimo la curiosità dello spettatore in The House of Gucci? Niente. Si vede un orologio, il corpo di un uomo seduto a un tavolino. Certo, è facile capire che si tratta di Maurizio Gucci (Adam Driver), dalla montatura degli occhiali. Mentre legge il giornale, una voce femminile, fuori campo, ci indirizza sulla retta via citando denaro, soldi, fama, successo. Meno male che questo breve prologo ci fornisce il tema del film: in effetti, qualcuno in sala si sarebbe potuto aspettare l’Apparizione di Fatima. Ma oltre alla mancata apparizione di Fatima, è presto chiaro cos’altro non arriverà mai: il mordente. La storia, una volta tanto, proprio come nella tragedia greca, la conosciamo tutti. Forse per questo il regista (Ridley Scott), complice anche la sceneggiatura, ne resta intrappolato, non riuscendo a librarsi verso uno stile in particolare, bensì cadendo, purtroppo, nel didascalico, nonostante l’enorme rilevanza degli attori e la bellezza degli ambienti. L’odore, comunque, è quello della saga familiare de Il padrino, intuizione poi confermata dall’intervista de La Repubblica allo sceneggiatore (Roberto Bentivegna), ma purtroppo, nonostante le sue intenzioni, l’intera struttura narrativa, sembra connotata più da un’atmosfera prossima alla macchietta che al film epico.

Io avrei portato in parallelo l’infanzia di Patrizia (Lady Gaga), originaria di uno dei quartieri più degradati di Milano, figlia di una lavapiatti, riconosciuta dal secondo uomo di sua madre e quella di Marcello, che cresce tra le ville toscane e le cime imbiancate di Saint Moritz fino alla bellissima scena dell’incontro dei due alla festa (questa, a mio avviso la scena più bella del film).

Anche la scelta di ispirarsi all’operetta, rappresentata in particolare da Paolo (Jared Leto), il figlio non apprezzato di Aldo (Al Pacino), lo zio di Maurizio Gucci, sembra assolutamente poco vincente. Con quel suo linguaggio così accentuato e grottesco, è solo ridicolo. Sembra un piccione nelle movenze. E questo mi sembra grave. “…la mediocrità di Paolo è una cosa vera, voleva disperatamente firmare una sua linea di moda, lui che era presidente dell’associazione amanti dei piccioni.” Questa dichiarazione di Roberto Bentivegna, che leggo nella stessa intervista, mi sembra gravissima. Non si può scrivere una sceneggiatura, avendo un approccio così giudicante verso dei personaggi che non sono il frutto dell’immaginazione, ma dei veri e propri membri di una famiglia, quella dei Gucci, che ha dato vita a uno dei marchi più importanti del mondo. “I personaggi sono così grotteschi e sopra le righe e la storia così pulp che andava raccontato con ironia”, continua a dichiarare lo sceneggiatore. Purtroppo per lui in questo film non è l’ironia a regnare, ma la noia, per la serialità interminabile delle scene, alcune delle quali, addirittura doppie (come il compleanno dello zio Aldo). Forse Ridley Scott e Roberto Bentivegna avrebbero fatto meglio a ispirarsi al beckettiano Less is more, manifestando così un maggiore controllo della res narrandi.

Purtroppo, infatti, nonostante la quantità infinita di scene, i personaggi, a parte Patrizia, non risultano delineati in modo chiaro e netto. Maurizio Gucci sarebbe semplicemente una pedina dell’ambiziosissima moglie Patrizia?

Non sarà un caso se di questo film si sono lamentati sia Patrizia Reggiani, che ha dichiarato di non essere stata intervistata, sia i membri della famiglia Gucci, i quali “si riservano ogni iniziativa a tutela del nome, dell’immagine e della dignità loro e dei loro cari”. Insomma un raro caso di par condicio.

Se, incomprensibilmente, la casa di produzione aveva proprio deciso di non seguire un approccio serio o da crime thriller, almeno avrebbe fatto bene a pretendere che il ritmo della narrazione fosse un po’ più serrato, magari con un filo di suspense. Ma quello che davvero andava evitato a tutti i costi era la scelta delle più celebri arie d’opera, giusto per creare un po’ di atmosfera all’italiana, perché il rischio inevitabile sarebbe stato quello di cadere nella farsa. Allora Paolo Gucci, il cugino del rampollo Maurizio, ha quelle movenze così irreali perché doveva richiamare l’italianissima commedia dell’arte? E quale di grazia? Brighella, il Dottore o Zanni? La macchietta sull’Italia è al completo. Il problema, dunque, non è solo che i Gucci non si sono sentiti rappresentati. Il problema è che gli spettatori italiani non si sentono rappresentati. E sinceramente la Goldwyn Mayer, con tutti i miliardi che ha speso, invece di dare l’incarico a un regista inglese, anche se del calibro di Ridley Scott, avrebbe potuto chiedere a qualche regista italiano di girare un film sui Gucci. Chi è stato magistrale in un film come Blade Runner perché deve lanciarsi in un genere tanto diverso, come la saga familiare di un marchio di fama mondiale?

La scena della decisione del delitto, invece di girarla in una spa, con le candele accese e l’atmosfera soffusa ma rilassante, l’avrei preferita davanti a uno specchio, mentre Lady Gaga, alias Patrizia, guarda se stessa e la sua hybris, che esce fuori in molte scene tranne che in questa. Insomma, nemmeno la scena dell’omicidio è stata preparata con la suspense che meritava, magari con una musica incalzante, o comunque inquietante. Visto che amavano tanto l’opera avrebbero potuto riadattare Amami Alfredo in Riamami Maurizio.

Anche il movimento continuo delle scene, come se invece di una telecamera ci fosse qualcuno con il cellulare con la mano poco stabile, non mi ha convinto, anzi ha reso stressante la visione.

Il film, distribuito da Eagle Pictures, uscirà nelle sale italiane dal 16 dicembre.

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Martina Banchetti

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