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The Prisoner, al teatro con Mallawi

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(Testo, Regia Peter Brook, Marie-Hélène Estienne)

In ThePrisoner la narrazione è l’ordito di una vicenda che si svolge in Oriente, ma per la rarefazione e la ritualità dei gesti, la semplicità ancestrale della scenografia, il rimando è sia all’intero ecumene,sia alla tragedia greca, nonché al rizoma il quale, attraverso gli arbusti degli archetipi, tiene sottese le trame profonde dell’esistenza.

Il “punto in movimento”, esattamente come il rizoma, è un flusso continuo di azioni anche ripetitive, ma suggellate da prolungati silenzi nei quali lo spettatore non può non emozionarsi, nonostante l’assenza totale di musica in scena.

A mano a mano che la vicenda si dipana, la quarta parete diventa sempre più interna alla storia, al punto da convertirsi in quel bianco e lungo edificio in mezzo alla foresta, di fronte al quale il giovane Marauvi decide di trascorrere la sua pena. Noi siamo i carcerati, Marauvi, benché stia espiando all’aria aperta la colpa di un parricidio, è libero. È questa la grande manomissione. Noi, che guardiamo un attore, arabo anglofono, dal velluto imbottito di una sedile in platea, siamo in realtà degli schiavi in attesa di un dominus, forse più interno che esterno, che ci affranchi, ci faccia acquistare quella cittadinanza che, dal caldo del nostro comodo posto, abbiamo ormai perso. È questo il paradosso, è questo il sublime rovesciamento della regia di The prisoner. Lo spettatore non è più indifferente, già Heisenberg lo mise in luce col principio di indeterminazione, ma adesso è nudo senza essere re, non è complice del crimine commesso dall’altro, è addirittura incarcerato senza possibilità di redenzione, perché solo Mallaui, grazie alla sua “libertà” di scegliere la durata della pena, è votato alla vera trasformazione della colpa. È questa la responsabilità di chi guarda. Anche malawui è diventato parricida dopo aver visto il padre abbracciato nel letto con la figlia, la sorella di cui lui è profondamente innamorato. Ed è bastata questa osservazione per averlo indotto all’omicidio, così come noi, abituati alla vista di stranieri senza colpe, li uccidiamo con la nostra distaccata indifferenza. Perché il nostro stato di reclusione sembra più una questione personale che sociale, politica o economica.

Luci Philippe Vialatte

Scene David Violi

Con Hiran Abeysekera, Hervé Goffings, Omar Silva, Kalieaswari Srinivasan, Donald Sumpter

Assistente ai costumi Alice François

Con l’aiuto di Tarell Alvin, McCraney, Alexander Zeldin

Foto © Simon Annand, Giada Spera.

Dal 11.10 al 20.10, TEATRO VITTORIA h 21:00

ITALIA

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