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The Synergy of Sons

Si è inaugurata martedì 29 settembre la mostra The Synergy of Sons di Lorenzo Chinnici e David Kent presso Six Inch Milano. Testo Critico di Marcello Francolini. La mostra la si potrà visitare fino al 5 ottobre 2015. Lorenzo Chinnici e David Kent sono due artisti di due nazioni e di due mondi paralleli diversi che si rincontrano dopo quarant’anni a Milano e Londra attraverso il progetto “The Synergy of Sons”. Questo progetto nato dalla passione di due figli d’arte hanno unito le loro energie nella creazione di un progetto artistico che parte dal vissuto e dalle opere prime dei loro genitori. Il progetto mira alla realizzazione di due eventi culturali a Milano in corso mentre l’altro si farà a Londra alla Menier Gallery, dal 2 al 7 Novembre dove saranno esposte le opere di Lorenzo Chinnici insieme ha quelle di David Kent. Un consueto pomeriggio uggioso londinese di Giugno, il figlio di Lorenzo Chinnici attraversava le numerose e pittoresche vie della capitale inglese. Era in vacanza per qualche giorno a Londra. Fu proprio durante questo suo soggiorno che accadde qualcosa di apparentemente inspiegabile: Lui decise di sostare in uno tra i tanti invitanti locali del quartiere Brick Lane, spinto dal desiderio di mostrare ai suoi amici un quadro che, esposto sulle pareti di un locale, l’aveva particolarmente colpito. Improvvisamente, proprio mentre il figlio dell’artista italiano insisteva sulla profondità del blu cobalto e sull’eleganza delle linee intersecate, un uomo sulla quarantina s’intromise di forza nella conversazione, tentando di interpretare a sua volta la bellezza del dipinto. L’uomo non tardò a presentarsi, si chiamava William, ed era il figlio del noto Maestro inglese David Kent. Dopo qualche istante tra i due si ruppe l’imbarazzo iniziale: il figlio di Chinnici, in particolare, sentì da subito un’intensa empatia e decise di rivelare a William che anche suo padre, Lorenzo Chinnici, era un artista. Ciò che accadde a questo punto sembra davvero incredibile: William rimase pietrificato, fissò il figlio di Chinnici incredulo e, afferrando repentinamente il proprio telefono cellulare, mise in contatto suo padre per avvertirlo che il destino di quel pomeriggio londinese lo aveva portato di fronte al figlio di Lorenzo Chinnici. Dall’altra parte della cornetta, stentando a crederci David Kent balbettava stupore e commozione. Quarant’anni prima. Stessa città. Stesso quartiere. Stesso pomeriggio uggioso. Un giovanissimo Lorenzo Chinnici esponeva una delle sue prime opere all’interno di una mostra collettiva di fianco a quelle prodotte da David Kent. In quell’occasione tra i due non mancarono apprezzamenti e cortesie che, quasi naturalmente, culminarono nell’amicizia che, loro malgrado, non ebbero occasione di coltivare. I figli dei due artisti, uniti dall’emozione del loro incontro, decisero di dare un senso profondo a quel momento e pensarono di realizzare un progetto con l’obiettivo di far rincontrare dopo quarantuno anni i due padri, insieme alla loro arte, simbolo della loro amicizia e dell’unione di due grandi nazioni, Italia e Inghilterra. Il progetto si sviluppa attraverso le note di Florencio Cruz, noto musicista argentino che innamoratosi di questa storia e dello stile artistico dei due Maestri, li accompagnerà in veste di testimonial. Lorenzo Chinnici è oggi un pittore ipovedente: colpito da maculopatia, ha perso la vista da un occhio mentre ha con l’altro una visibilità ridotta del 40%, vizio destinato a degenerare di anno in anno. Ciononostante, la sua energia e la sua forza gli consentono tuttora di realizzare grandi capolavori. Analogamente, seppur in forma lieve, David Kent, in passato, affetto da glaucoma, continua a creare dei grandi capolavori. Gli artisti hanno scelto di comune accordo di fare delle donazioni all’associazione ” Blind Children in the U.K.”. Inoltre, anche la Menier Galery, galleria londinese che ospiterà l’evento artistico, devolverà gli incassi dell’affitto alla Charity ” Paintings in the Hospital “.  Come dice nel suo Testo Critico Marcello Francolini : “Sembra essere l’incipit di una storia al sapore d’altri tempi. Oggi nella società della comunicazione, che riesce ad entrare in qualsiasi momento della giornata in ogni luogo del mondo, c’è ancora la possibilità di perdersi per ritrovarsi così casualmente. Questo ricongiungersi ha qualcosa di simbolico nell’incontro dei due figli. Quest’atto è una dimostrazione della coerenza di questi due artisti che dopo tanti anni di sconosciuta attività reciproca si ritrovano nei medesimi panni che ben sfilacciati e lavorati costituiscono il telaio su cui ancora la mano scorre per porre in luce pensieri “da vedere”. Entrambi gli artisti, David Kent e Lorenzo Chinnici, si allontanano dalla condizione di realità dell’arte contemporanea, recuperando una mistica della rappresentazione. Per realità mi riferisco a quella pratica ormai dirompente, nel contemporaneo, dell’incorniciamento delle cose, una processualità che vede la propria funzione nella ri-definizione della realtà: ready-made. Qui niente è più vicino, percepiamo subito la distanza con la realtà del quadro che ci si pone innanzi. Non sono opere da vedere, ma sono modi di vedere attraverso un’opera. Per quanto degli oggetti disposti e articolati secondo un modo prestabilito (com’è il caso dei ready-made) possano abbandonare la loro funzionalità per suggerire nuovi significati sono inevitabilmente qui presenti e si espongono nella loro evidenza materiale e il loro fluire avviene nell’evenienza della realtà. Diversa è la pratica di questi due artisti che perseguendo la via della pittura continuano silenziosi nel tentativo di abbandonare la cosa, nella sua significanza di oggetto, e di recuperarla come parte dell’essere che agisce (in effetti la pittura è posta non come osservazione ma come azione sulla cosa) che trasforma il visto, potremmo definirla anche come una immaginazione, tenendo presente che tutto ciò che viene trasformato (la pittura è infondo un lavoro e come tale trasformazione di materia) è prima ancora immaginato. Come guardare le opere di Lorenzo Chinnici? Da che lato misurarne le fattezze? Entro quale prospettiva storica le possiamo far convergere?Trovarsi di fronte alle opere di Chinnici con questo suo modo semplice e spontaneo di comunicare per immagini provoca, fin dal primo sapore assaggiato dall’occhio, un retrogusto antico. Come vino che invecchiando mantiene in sé tutti i gusti del legno che l’ha covato, e ancor più indietro la vita stessa del chicco d’uva che l’ha generato. Così è per queste opere: sembrano essere sospese nel tempo. Alcune di esse sono finemente velate da pennellate di brezza marina, come nel ciclo dei “pescatori”. Dietro queste patine si celano gesti semplici ma essenziali, il tutto conserva una spontaneità talmente genuina da generare un’immediata empatia con i soggetti rappresentati, i loro umori, i loro pensieri, ciò che hanno fatto e ciò che ancora dovranno fare. Una pittura dell’uomo. Ciò è evidente nei piani ravvicinati, tutta l’attenzione è focalizzata sull’essere. Il punto di vista riabbassato pone lo spettatore in una condizione confidenziale, il volume dei corpi si ingigantisce voluminosamente spaziandosi sull’intera superficie. Questa maestà del semplice ci invita ad un’intimità piacevole, la vista si rende conviviale e possiamo così muoverci verso i territori dell’oltre. Le prospettive rasentano la pelle delle figure. Eppur da così poco spazio queste forme fuoriescono prepotenti come rammendi di una statuaria ancestrale, capace di redimere una porzione di mondo ormai dismessa dalla società contemporanea. Chi non vorrebbe pausare così, all’albeggio d’un giorno siculo ai piedi del Mediterraneo? [ Vorrei, per un attimo, aprire una parentesi quadra intorno al “pausare” dello spettatore. Il Pausare è un fermarsi del corpo, ma al tempo stesso è uno slanciare la mente. Il pausare è una condizione in cui l’uomo si chiude dal mondo per imparare a sentirlo, guardandolo. Il pausare così inteso, oggi, rappresenta fuori di ogni dubbio un’azione ribelle nei confronti dello status quo. Mi torna in mente il concetto di Horror Pleni di Gillo Dorfles, presentato nel libro omonimo proprio in apertura di questo XXI secolo, quest’orrore del troppo pieno, che corrisponde all’eccesso di rumore, sia visivo che auditivo, costituisce l’opposto di ogni capacità informativa e comunicativa. Ora, all’interno di questo status quo, Dorfles, lamentava proprio la possibilità di una pausa, un estraniamento al fine ultimo di mantenere la consapevolezza del sé, oggi continuamente messa in pericolo.] Molte delle Opere di Chinnici sembrano venire alla luce nell’orario che il sole s’alza, molti dei suoi personaggi all’alba smettono, come la Lampara, il lavoro, altri l’iniziano. Ma cosa è che svela quest’alba così presente? È in quest’alba che prende evidenza la forma rappresentata, è in quest’ora del giorno che nonostante tutto il dolore, rischiara il corpo nella sua maestà imponente. Come ci ricorda Nancy –finché c’è un corpo c’è un’alba – e aggiunge che – l’alba è giusta, si estende ugualmente da un bordo all’altro. La sua mezzatinta non è il chiaroscuro del contrasto né della contraddizione. È la complicità dei luoghi che si aprono e si estendono –Dunque è nell’ora d’alba che i mezzi toni spaziano e in essi svanisce qualsiasi differenza e vien fuori l’essere nella sua totale evidenza di corpo e di carne. Ecce Homo. Per un’artista come Chinnici l’arte è “rivelazione” intima delle cose del mondo. Ma per le sue opere sembra fondamentale la latitudine geografica da cui generano. La Sicilia aspra dai promontori aguzzi e dai profili verticali, suggerisce la preminenza di linea e piano al posto di modulato e modellato; Il sole africano che brucia i paesaggi impone la forza primigenia del colore in sostituzione di tono, ambiente, atmosfera. Anche i personaggi sono quelli attorno a lui, facente parte del mondo siciliano. Ma nello stesso tempo questi uomini non hanno identità, non si riconoscono in quanto singolarità ma in quanto espressione simbolica dell’essere umano. Diciamo che David Kent, essendo inglese, recepisce nei suoi lavori la consuetudine al disegno della cultura anglosassone. Una tradizione lineare che s’alimenta a partire dall’architettura normanna della Cattedrale di Durham, che attraversa le pitture inglesi del Cinquecento e del Seicento per rinvigorirsi con la stagione dei Preraffaelliti fino alla Pop Art di Hamilton, che della linea di contorno ne fa il più efficace strumento di immaginificazione della realtà. Ecco la provenienza del metodo di figurazione applicato da Kent. [Mi piacerebbe qui aprire una parentesi quadra, sulla funzione strutturale della linea di contorno che emerge a livello teorico con chiarezza, forse per la prima volta, in un testo medievale: nei Commentarii Sententiarum di Bonaventura da Bagnoregio. Egli definisce la figura come Dispositio ex clausione linearum, vale a dire come ordine che deriva da linee delimitanti e questa definizione coglie il valore paradigmatico che la linea di contorno riveste per l’immagine. Ma importante è la sua chiusura, clausione per l’appunto, ovvero il confinare della forma. William Blake diceva che solo i pazzi vedono i contorni e perciò li disegnano, ma diceva anche che solo i savi vedono i contorni e perciò li disegnano. Il fatto è che le linee di contorno non esistono in natura e sono invece il prodotto del processo di astrazione proprio, come si è detto prima di ogni rappresentazione. La linea di contorno non appartiene né allo sfondo nè alla figura, ma è il pre-requisito logico perché vengano generati questi due elementi.] La linea di contorno è la via entro cui si libera il pensiero creativo dell’artista. Attraverso di essa si pone l’evidenza dell’immagine che scaturisce appunto dal rapporto figura/sfondo ed la forma è ben evidenziata nella sua strutturazione spaziale. Ma cos’è che Kent ci vuole porre in evidenza, di cosa ci vuole in-formare? Sembra che l’intero suo registro iconografico sia prelevato dalla storia della cultura, Ogni opera rimanda ad un’immagine logotipica che a sua volta impersonifica un determinato concetto. Ad esempio, i casi più espliciti, come Dali in Wonderland, Phylosohpy of Dreams o Snake and Ladders, non sono, come erroneamente affermato, opere surrealiste quanto più opere a proposito del Surrealismo. L’immagine di Dalì, inevitabilmente rimanda all’urgenza di una prassi metafisica. Ciò non è soltanto un omaggio fine a se stesso, un vezzo artistico ma è il mantenimento in forma di un’idea possibile di rappresentare il mondo, soprattutto nella società odierna del razionalismo matematico. Sono un monito all’immaginazione selvaggia, un manifesto del caos inconscio, quello definito dal Coreografo Jean-Georges Noverre come Bel Disordine (disordine prospettico e disordine linguistico). A questo punto propenderei più verso il carattere originario della Pop Art, quella di matrice inglese che contaminava la rappresentazione con modelli desunti dalle forme di comunicazione di massa per coinvolgere un più vasto pubblico nel dibattito artistico. Da questa prospettiva, Kent, sembra andare all’origine di quello che è oggi il “cartoon” sia esso di uso cinematografico che di uso pubblicitario: lo storyboard di cui si serve è, nella maggioranza delle sue opere, da ricercarsi nella biografia popolare dei vari pittori e personaggi dell’otto-novecento. Credo che se Kent avesse utilizzato varie forme espressive, oggi potrebbe essere annoverato come un pop originario del movimento inglese; ma avendo come unico suo interesse il disegno, che lui sembra unire con una certa illustrazione del costume sociale del tempo, è proprio nell’evoluzione delle tecniche dell’illustrazione che nasce la sua trasformazione pittorica. Ma la sua tecnica pittorica è, per questo, tutta inglese, una “greatness” che ri-nasce in Kent proprio come un gentleman che non si sporca le mani con la realtà ma la costruisce come meglio gli aggrada”.

 

Kent, Snake and Ladders

 

 

 

 

 

 

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