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10 luglio 2018

Lui è tornato: il virus mutante che ci rende eterni schiavi

Un giorno ci saranno portoni che non si potranno più occupare con le proprie sedie e tavoli per giocare a carte napoletane, né cantine nelle quali rifugiarsi per tre o quattro bicchieri di vino, dopo aver lavorato per una decina d’ore sotto il sole nei campi, o come operaio nelle officine, o per un pubblico impiego. Un giorno ci saranno pensieri che non si potranno manifestare e inclinazioni da soffocare. Un giorno ci sarà un tramonto che farà fatica a lasciar luce all’alba del sole che si spera risorga. Semmai risorgerà. Uso il tempo del verbo al futuro volontariamente, anche se, in effetti, dovrei usare il passato. Prossimo e remoto. Entrambi. Non una è stata la prova che la Storia ci ha donato nei secoli e nei millenni, per farci comprendere quanto sia sottile il confine tra una parvenza democratica e un regime di sottomissione, senza possibilità di sopravvivenza civica, se non con una vera rivoluzione. E, se anche fosse vero (come anche io credo) che di rivoluzione ci sia bisogno già ora, contro questo imperialismo e liberismo del mondo che ci circonda e dei suoi (nostri) padroni, è anche inesorabilmente vero che, semmai accadesse ciò che penso … ok, sorvoliamo, per ora. Anche perché, qualora accada, avremo almeno un ventennio e una guerra mondiale di mezzo per parlarne, se troveremo una cantina idonea (n.d.r). Oggi leggevo con attenzione un’intervista di Andrea Camilleri, novantatreenne padre del “commissario Montalbano”, lucido pensatore e uomo degno di rispetto, al di là dell’età anagrafica e della immensa intelligenza. Ebbene, alla luce di questa sua lucidità, mi sembra più che giusto riportare alcune considerazioni su ciò che sono le sue parole, rilasciate durante una bella intervista a Simonetta Fiori. “Viviamo un incubo, si. Credo che giocare sulla paura dell’altro sia un gioco pericolosissimo. Chi semina vento finisce con raccogliere tempesta, ed oggi si sta seminando troppo vento”. Non usa mezzi termini Andrea, quando si tratta di definire il clima politico che ci circonda. Non ne usa nemmeno quando si riferisce alle memorie di Leonardo Sciascia, che, alla vigilia dell’avvento del fascismo in Italia, chiese a un contadino cieco come vedesse il futuro. L’uomo siciliano disse che cu tutto che sugnu orbo, la viu nivora; con tutto che sono cieco, la vedo nera. Invece sembrerebbe che molti dei contadini del Nord, del Centro e del Sud, la vedano ora assolutamente e per niente “nera”. È un dilagare di consensi per questo governo e per la pseudo-politica portata avanti dal suo ministro degli Interni. È una escalation di applausi, adorazioni e convinzioni che sfociano nella xenofobia, nel razzismo e in quella guerra tra poveri che, alla fine dei conti, ci vedrà sempre tali, tutti. Perché, alla luce delle politiche intraprese, sia sul fronte sociale che economico, i ricchi e gli sfruttatori rimarranno tali, i poveri e gli sfruttati anche. Proprio non comprendo l’ignoranza colta di alcuni politici del recente passato e dell’attuale futuro, sempre più impegnati a trovare un valido espediente per distrarre l’attenzione del popolo verso altro, pur di non dover mantenere le cose dette durante la campagna elettorale e scritte nel fantomatico contratto di governo giallo-verde. Una deriva arrogante e disumana, che rischia di farci precipitare indietro nel tempo, oppure avanti nell’errore di un orrore di cui in molti non abbiamo ricordo, né capacità di immaginazione. Ed ecco che, facendo appello ad una convinzione prima insegnatami e poi fatta mia nella quotidianità, diventa essenziale prestare attenzione a chi ha i capelli bianchi, a chi, alla fina della fiera, certi momenti li ha vissuti, dal vivo. “Sa cosa mi dispiace?”, continua Camilleri nella sua intervista, “io non soffro per niente dell’umor nero del tramonto, come lo chiamava Alfieri. Non ho rimpianti per il passato. Però questo è proprio un brutto passaggio nella storia italiana che temo non abbia paragoni con altri periodi”. E quando dice che non ci sono paragoni, lo scrittore ci dice la pura verità. Forse siamo stati talmente sciocchi e superficiali, negli ultimi trenta-quarant’anni, da non avere capacità di analisi e lucidità di ricercare soluzioni, se non mossi dall’atavica stupidità di dare la colpa della nostra schiavitù, ad altri schiavi. Chissà perché la colpa non è mai di chi delinque, o dei colletti bianchi impegnati in politica a rompere i coglioni e ad agire nell’illegalità, alle ecomafie e ai caporali che sfruttano gli ultimi, di cui noi rappresentiamo i penultimi, i prossimi, prossimi alla fame. Chissà perché la colpa non è mai delle politiche imperialiste e liberiste, ma di chi, sfruttato nel loro Paese, cerca una legittima sopravvivenza altrove. Proprio stamattina, mentre prendevo un caffè con un caro amico che è affascinato dalle politiche antimigratorie dell’attuale ministro degli Interni, il discorso è caduto sulla emorragia e fuga di giovani italiani all’estero. Il mio amico lamentava una grave perdita per lo stato italiano, all’indomani di una necessità di menti sapienti e capaci che la nostra Italia si ritrova invece a vedere migrare. In questo ragionare, forse un po’ provocatoriamente lo ammetto, ho affermato di avere la soluzione: chiudiamo i porti! Non lasciamoli andare via! Il mio interlocutore mi ha guardato sbigottito. Come potevo io aver detto una cosa simile? Ma soprattutto come potevo io frenare la legittima volontà dei nostri giovani di cercare un futuro migliore altrove? Inutile dire che, dopo aver risposto che tale affermazione da lui appena enunciata dovesse valere per tutti, migranti italiani, africani, cinesi etc.. etc.., il mio amico ha avuto un attimo di sbandamento. Un silenzio subito rotto dalla più triste e banale frase che si potesse dire: si ma per quelli è un’altra storia! Vado oltre? No. Ho preferito solo ribadire come fosse stato facile farlo contraddire e come era brutta alle mie orecchie la parola “quelli”. Credo che la vera invasione sia nel linguaggio e nel cuore di noi italiani d’oggi. Disprezziamo senza nemmeno accorgerci di farlo chi alla fine non è altro da noi, ma solo come noi, a nostra immagine e somiglianza, oltre che con le stesse difficoltà e le stesse aspettative di vita di noialtri. Camilleri ricorda come negli anni 60 veniva accolto, in una Torino in piena crescita economica, dove egli si recava per lavorare nelle sedi Rai, da scritte che intimavano “non si affittano case ai meridionali”. E non ha problemi a indicarle come razziste, un termine che oggi chi lo è ha difficoltà ad ascoltare, e a comprendere. Eppure, tornando alla giusta paura di un ritorno che si credeva scongiurato per sempre, è più che mai opportuno riportare un altro pezzo della vita dell’illustre Andrea: “… subito dopo la Liberazione, il grande giornalista Herbert Matthews scrisse sul Mercurio un articolo che ricordo ancora a memoria: cari italiani, non l’avete ucciso! Voi forse pensate che avendo appeso Mussolini per i piedi avete distrutto il fascismo. Ma il fascismo non si distrugge così: è un bacillo mutante che può prendere forme diverse. E ci vorranno decine e decine di anni prima che riusciate a liberarvi completamente dall’infezione …”. Sembrerebbe follia, soprattutto alla vigilia di quel cambio di consegne  che vedeva gli Usa sostituire i più diabolici membri della Repubblica di Salò, facendoci restare de facto sudditi e vessati, ma con una parvenza di libertà (di fotterci a vicenda in una guerra al capitale e all’accumulo, noncuranti del prossimo). Eppure quelle parole sono, oggi più che mai, non solo attuali ma anche premonitrici. Forse è proprio perché non siamo mai stati liberi davvero. Tanto da farci rimpiangere una schiavitù ancora peggiore di quella attuale. La corruzione è il vero male dell’umanità. La soggiogazione del debole, lo sfruttamento delle risorse e la diseguale divisione dei diritti e dei doveri. La corruzione e la sete di potere che non aspettano di meglio che adattarsi ai vari regimi che mano a mano si alternano nel mondo. In un gioco di morte e resurrezione, alternanza tra condizioni in apparenza diverse, ma in realtà figlie di una stessa matrigna: la sopraffazione. “Il virus è mutante, e noi non abbiamo voluto liberarcene fino in fondo”. Così conclude Camilleri, prima di fare un ultimo atto di mea culpa, addossandosi, non solo simbolicamente, una parte di responsabilità per non essere riuscito a lasciare un mondo immune dal ritorno di quel virus, e che anzi con quel virus, probabilmente, non ha mai smesso di avere rapporti latenti e diretti. Probabilmente non l’abbiamo mai ricostruita l’Italia. Eppure non stiamo perdendo tempo a risfasciarla, demandando alle non soluzioni l’olio di gomito delle nostre fatiche per la realizzazione di un nuovo modo di ragionare, un nuovo modo di interpretare e intendere il vivere comune. Sotto lo stesso cielo, sopra lo stesso mare, nessuno è diverso e lontano dalla morte, se non le pietre, testimoni silenziose di una razza umana avulsa dalla sua stessa umanità, che guarda il dito che indica la luna, piuttosto che l’altra mano. Ben nascosta mentre ci ruba la dignità, la felicità, i diritti essenziali, dandoci in cambio una falsa indignazione, un immenso e ingiustificato odio e la perdita valoriale delle nostre virtù. Il nemico non è chi ci affianca nella corsa alla vita e alla libertà, ma chi artatamente ha predisposto questo grande e lungo inganno, chiamato capitalismo, figlio sciocco di un imperialismo votato allo sfruttamento del mondo e di chi, legittimamente, lo popola. Avere chiaro il vero campo di battaglia e il vero nemico da abbattere, ad ogni costo e con ogni mezzo. Fino all’ottenimento della giustizia sociale, della giusta socialità. Scevra da ricatti, ingerenze e manomissioni di umanità. Un unico fronte comune, capace di confinare il demone del potere che si alimenta sullo sfruttamento e sulla sottomissione. Non accetterò di scegliere tra le uniche alternative dateci fino a questo momento. Non starò al gioco di chi vorrebbe sempre perpetrare l’alternanza tra un tipo di privazione di libertà (sociale) e l’altra (economica). Non sono queste le alternative possibili, ma c’è chi non lo ammetterà mai. Continuando nella lotta tra poveri, nelle trincee dei buonisti che si contrappongono ai razzisti. Là dove le categorie non esistono, ma esiste solo un unico, grande popolo sfruttato. La parte più grande dell’umanità. Lo sapevate?

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Eugenio Lato

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