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TRUFFE E SCANDALI ALLA CORTE DI NAPOLI

DiThomas Scalera

Ott 13, 2015

La storia di Angelo Carasale, imprenditore di Carlo di Borbone.

Da che mondo è mondo, nella storia, imprenditoria e politica se ne vanno a braccetto. Il potere si manifesta con le opere e le opere vanno realizzate, facendo la fortuna del prescelto di turno che spesso intesse col potere i più ambigui rapporti. Così fu anche per Angelo Carasale, impresario appaltatore alla Corte napoletana nel primo Settecento. Figlio di un umile fabbro, Angelo aveva fatto velocemente carriera ricorrendo ad alcune protezioni politiche. All’arrivo di Carlo di Borbone a Napoli, si ingraziò il marchese di Montealegre, duca di Salas e Primo Segretario di Stato, che gli facilitò il difficile compito di entrare nelle grazie del nuovo re.
Nel 1734 gli viene riconfermato l’appalto per la fusione di mortai e cannoni che gli era già stato concesso sotto l’amministrazione austriaca. In quel caso si trattava di realizzare ventiquattro cannoni di bronzo destinati ad armare la squadra delle galere. Solo due anni dopo, nel 1736, Angelo ottiene l’appalto per ogni opera “che richieda spesa”, a partire dalla costruzione del Palazzo Reale di Napoli e del Teatro San Carlo. Viene nominato appaltatore delle reali fabbriche, dei castelli del Regno e della città di Napoli, fornitore di viveri, munizioni e del vestiario militare. Riceve anche la nomina di tenente colonnello. Nel 1738 raggiunge l’apice della carriera.

E’ estate e la regina Maria Amalia di Sassonia, figlia appena dodicenne di Augusto III di Polonia, sta per raggiungere Napoli per unirsi al suo promesso sposo Carlo. La città è tutta un pullulare di preparativi e Angelo, in coppia con l’architetto e ingegnere Giovanni Antonio Medrano, riceve l’incarico di allestire le luminarie e gli apparati scenici per i festeggiamenti. Il Largo di Palazzo si riempie di botteghe e al centro viene predisposta una bella fontana. A Palazzo si balla per tutta la notte, fino al mattino…

Grazie al successo delle sue iniziative la fiducia che Carlo di Borbone nutre nei confronti di Angelo si fa totale. Il re gli affida senza esitazione la costruzione sul Ponte del Garigliano “perchè la regina lo possa attraversare senza pericolo con calessi o cocchi”. Lo coinvolge nella realizzazione della nuova chiesetta di San Carlo, eretta al posto del Teatro di San Bartolomeo. Gli affida pure la costruzione di alcune fortificazioni in Toscana e della nuova Reggia di Capodimonte. I suoi guadagni divengono enormi tra l’indignazione dei cortigiani, che vedono un plebeo chiacchierare con il re come uno di famiglia, appoggiato tranquillamente alla Carozza Reale, tutto tracotante e disinvolto. Ormai è tanto ricco che può permettersi persino di dare sfarzosi ricevimenti nella sua abitazione, vicinissima a Palazzo, nei pressi della Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli. La sua ricchezza è uno schiaffo alla povertà dei lazzari, spremuti di tasse e ai limiti della sopravvivenza.
Tuttavia la fortuna aiuta gli audaci e così gli viene affidata anche l’organizzazione delle opere in musica che si tengono nei teatri; e quando d’estate le sale chiudono per il caldo, l’intraprendente factotum si attrezza per predisporre le rappresentazioni all’aperto. Bisogna ammetterlo: quando la sorte ti bacia, ti rimpilza ben bene. Poi però, essendo cieca, può voltarsi da un’altra parte…
Potendoselo permettere, Angelo acquista carrozze e numerosi cavalli senza badare a spese; sperpera cifre spropositate per le sue donne e per il gioco. E allora, come non avere invidia per un modesto borghese che è in grado ormai di concedere addirittura sostanziosi prestiti alla nobiltà, grazie alla simpatia del Re e all’appoggio del suo Primo Segretario? Veramente solo di invidia si trattava?
Comunque sia, l’invidia talvolta è come un tarlo, che rosica piano piano il legno più duro. Sfruttando il punto debole dell’ormai famoso appaltatore, i nobili cominciano a progettare la sua rovina. Durante una serata trascorsa a giocare a carte a casa di Lucrezia Pignatelli, Principessa di Belmonte, Carasale accetta di sfidare il noto avvocato Andrea Vignés. Il gioco sfocia in lite e la Belmonte prende le parti dell’avvocato; poi, approfittando della sua amicizia con la regina Maria Amalia, prende a screditare l’impresario agli occhi dei sovrani.
Nel febbraio del 1739 cominciano a diffondersi voci di malversazioni. Si erano verificati ammanchi di bilancio e diffuse strane dicerie sul rapporto tra Montealegre e Carasale, su cui il Tribunale della Sommaria si era affrettato ad aprire un’inchiesta. Si indagava sulla sostanziosa somma di 266.860 ducati, pagati a vario titolo all’imprenditore, e in particolare sulle spese effettuate in occasione delle nozze dei sovrani, durante le quali si erano perpetrate molte truffe. Finiva in carcere il napoletano Michelino, tappezziere di Corte, che non aveva saputo trattenersi a tenere tra le mani un po’ più di denaro e si era dato alla bella vita. Finiva in carcere anche Clemente Bonocore, parente del Medico di Corte Francesco Buonocore e Cassiere Maggiore della Real Tesoreria. Li seguiva subito Monsieur Parisien, già sarto della Reale Corte di Parigi a servizio del re di Napoli, accusato di un ammanco di ventimila ducati. Si era inoltre dimostrata la colpevolezza di altri quattro periti, il cui compito avrebbe dovuto consistere nel verificare la corretta lavorazione di galloni, frange e ricami d’oro. Uno di essi aveva denunciato il tesoriere Buonocore, che li avrebbe invitati a stimare i lavori a prezzo maggiorato, in cambio di 1100 ducati a testa. Finiva sotto inchiesta anche il gioiellere reale Claudio Imbert d’Avignone, a cui la giunta incaricata della revisione dei conti contestava un’appropriazione indebita di 4000 ducati. Ma il più coinvolto nei preparativi del matrimonio reale risultava proprio il Carasale.
Durante il Carnevale del 1739 circolava già la voce che il disonesto imprenditore – fino a quel momento osannato con lodi sperticate – era stato visto giocare a basetta, un gioco d’azzardo proibito, in casa dell’avvocato Sessa e perdere migliaia di ducati. Persino i Gesuiti reclamarono denaro per alcuni terreni da lui acquistati vicino Capodimonte. Nonostante ciò, Carasale non ridusse lo sperpero dei suoi guadagni, sicuro – per appoggi o per innocenza – di uscire indenne dallo scandalo.
Secondo le gazzette dell’epoca, i suoi guai erano iniziati proprio in coincidenza delle nozze reali e con la grande Cuccagna organizzata per l’occasione alla Riviera di Chiaia: al Re i fuochi d’artificio erano parsi miseri rispetto alla spesa e l’episodio avrebbe generato i primi sospetti, più tardi rivelatisi fondati. Le indagini del Presidente della Sommaria Coppola e del fiscale Ripa accertarono in quel caso un esborso reale di soli 30mila ducati, rispetto agli 80mila stanziati. La storia si ripeté con il muro di cinta di Capodimonte e con il teatro San Carlo. Nel luglio del 1739, a Napoli, le inchieste giudiziarie sui conti presentati dal Carasale continuavano senza sosta: si stabilì, infine, di condannare l’appaltatore al risarcimento di 38mila ducati a favore del Real Patrimonio. Ma il peggio doveva ancora venire!
Nell’aprile del 1741 la figlia del Carasale, Dorotea, sposava Don Angelo Fernandez, uomo di fiducia della Segreteria di Guerra del Ministro Montealegre. Il matrimonio suscitò numerosi ed ulteriori pettegolezzi, sia per lo sfarzo che per l’ambiguo legame che sussisteva tra l’appaltatore e il Ministro. Infatti a Corte si diceva che Dorotea – con la compiacenza del Montealegre – avesse consumato il proprio matrimonio a Gaeta nello stesso letto in cui lo avevano consumato i sovrani.
Questo gesto di alterigia e di dissacrazione non poteva essere tollerato! A detta del Tanucci, il Re andò su tutte le furie. Per l’imprenditore era ormai l’inizio della fine…
Il Re, preoccupato, disgustato e deluso, gli toglieva la Soprintendenza di Capodimonte e la direzione del teatro San Carlo: al suo posto nominava come soprintendente di tutti i teatri, San Carlo compreso, il Barone di Liveri, compositore e attore di commedie in prosa. A giugno, un sopralluogo effettuato in Toscana alle nuove fortificazioni realizzate dal Carasale e costate una somma considerevole trovava le fabbriche inservibili e già cadenti per effetto di una cattiva costruzione. Nello stesso mese, il Tribunale della Sommaria intimava al Carasale il pagamento di 29mila ducati, ai quali bisognava sommare i 7mila che gli erano stati pagati per il baluardo di Castelnuovo, i cui lavori furono valutati molto meno rispetto alla spesa presentata. A luglio le prove venivano ritenute sufficienti e Carasale veniva arrestato tra beffe e dileggi al grido ambiguo di “Viva la Regina!”. Tra i nobili correva voce che l’arresto del Carasale fosse una manovra politica per indebolire lo strapotere di Montealegre e che autori dell’intrigo fossero i sostenitori della Regina. Il partito di Maria Amalia era capeggiato da Gaetano Boncompagni duca di Sora e dalla già citata principessa di Belmonte, che con il Montealegre avevano buoni potivi per avere il dente avvelenato. Ma anche il popolo poteva dirsi soddisfatto e fu grato al Re per aver impedito che il proprio denaro continuasse a gonfiare le tasche del furbo Carasale, che poi sciupava tutto “in fasti, giuochi, lussi e lussurie” .
Quell’estate in tutta Napoli ormai si parlava soltanto, tra beffe e risolini, della Caduta degli Angioli per debiti all’Erario, che aveva colpito Angelo Giannini, il Tesoriere Angelo Ussetta, l’imprenditore Angelo Carasale e suo genero Angelo Fernandez. Solo l’arrivo dell’ambasciatore turco Hagi Hussein Effendi con il suo seguito di teste con turbanti, cammelli, dromedari, tigri, struzzi, gazzelle e pecore, potè placare un poco inciuci e trame di Palazzo. Ambasciatore che ormai il povero Angelo non potè vedere, chiuso com’era in Castel Sant’Elmo: ormai non gli restava che sperare che il prossimo parto della Regina potesse procurargli una grazia.

Ma quando, agli inizi del 1742, cominciò la vendita all’asta dei suoi beni era ormai chiaro che non solo la sorte ma pure San Gennaro si era voltato dall’altra parte. Lo seguirono al fresco, prima che morisse a causa di una congestione celebrale, anche i suoi complici: i noti ingegneri regi Medrano, Poulet, Porpora e Papis. E com’è solito da millenni qui in città, in pochi giorni si fece tutto quanto non si era fatto in un anno intero.

Per le fonti, vedi:
−−−−P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, vol I, Bruxelles 1847;
H. Acton, I Borboni di Napoli (1734-1825), Firenze 1999;
I. Ascione (a cura di), Carlo di Borbone. Lettere ai sovrani di Spagna (1734-1744), vol. II,
Pubblicazione degli archivi di Stato. Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione
Generale per gli archivi, Roma 2001-02
G. C. Ascione, Vita di corte al tempo di Carlo di Borbone nel Palazzo Reale di Napoli,
Napoli 2008.

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Thomas Scalera

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