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Una giusta causa: la storia di Ruth Bader Ginsburg

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Un tema sempre caldo, anzi scottante, quello relativo al pregiudizio sulle donne. Affrontato già in parte tutte le volte in cui abbiamo parlato in maniera generale di pregiudizio, sottile o manifesto, ogniqualvolta abbiamo individuato una “minoranza” subalternata ad una “maggioranza”, un carnefice e una vittima e, banalmente, ma neppure tanto, abbiamo riscontrato una “uguaglianza diversa”, approdando alla conclusione che non solo la diversità esiste, ma che essa ancora non sia interpretata nell’ottica di una preziosissima risorsa comune. L’ umanità non è ancora purtroppo pronta ad esaltare la diversità intesa come peculiarità e senso di unicità di ciascuno di noi, ma ancora guarda ad essa nell’ottica di qualcosa che divide. Come segregazione, separazione. Per dirla con Orwell “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.  In un’epoca moderna che ancora fatica ad uscire da un patriarcato largamente dominante e in cui è primariamente la cultura a fare la differenza, è doveroso da parte nostra urlare a squarciagola che non è mai superfluo rivendicare il nostro diritto all’uguaglianza e alla parità.

Oggi scegliamo di farlo attraverso il personaggio di Ruth Bader Ginsburg, magistrato statunitense, che a breve compirà 86 anni, facente parte della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Donna brillante, di elevato acume intellettivo, Ruth ha vissuto negli anni più bui della disuguaglianza di genere e ha lottato per livellare la diversità, ottenendo importantissimi traguardi. In qualità di avvocato ha scritto il primo testo scolastico di legge sulla discriminazione sessuale che costituisce una pietra miliare nella storia americana sui diritti delle donne.

Nel film “Una giusta causa”, nelle sale dal 28 marzo, viene ripercorsa la vita di questa donna, i suoi studi presso la Harvard Law School, il disagio misto all’onore di essere una delle 9 donne tra 500 uomini, le difficoltà ad avviare la professione di avvocato, la discriminazione di cui fu oggetto, la corsa alla credibilità e all’autorevolezza, la lotta contro  le leggi anticostituzionali che vedevano la donna sempre eclissata dall’uomo, l’amore e il supporto del marito fiscalista che non dubita mai delle sue capacità ed anzi le funge continuamente da sprono, la vittoria del suo caso proprio sulla discriminazione di genere.

Un noto detto recita “Auguri e figli maschi” e non vi è affermazione più pregiudizievole di questa. L’origine di tale detto deriva da una cultura retrograda che proclamava le donne come adatte esclusivamente alle mansioni domestiche, non al lavoro e, pertanto, non utili alla produttività né della famiglia, né del sistema. Da qui, l’auspicio che i figli fossero maschi, lavoratori, utili al benessere e al sostentamento della famiglia. Donne come Ruth ci ricordano quanto sia stata lunga e faticosa l’ascesa e quanta strada resti ancora da fare per sradicare un pregiudizio ancora dilaniante che vede le donne come incapaci se non laddove addirittura rallentanti al crescita e lo sviluppo. Una lotta va ancora fatta, come diritto e come dovere.

Come detto all’inizio e già in precedenza sostenuto nello scritto sull’importanza di una buona e soprattutto giusta comunicazione, è la cultura a veicolare certi concetti e certe idee ed è da essi che dobbiamo partire per lanciare il messaggio giusto affinché si possa essere coraggiosamente diversi ma meravigliosamente uguali. Auguri e figli. Punto.

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