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Venezuela, il paese delle meraviglie: l’operazione verità

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È un compito gravoso quello di tentare di riportare fedelmente la sintesi di un dialogo che abbia quale punto di

intersezione l’incontro tra due parti apparentemente inconciliabili. Hanno la stessa natura e le stesse radici, ma le

definisco “inconciliabili” in quanto rappresentano due ruoli che sembrano agli antipodi nella società: le cariche istituzionali e quindi il governo da un lato,e la gente qualunque, il popolo, dall’altro.
Paradossalmente, però, proprio perché è un dialogo TRA LE PARTI, diventa SUPERPARTES. Non è un caso che Eugenio l’abbia definito “operazione verità”.

È avvenuto ieri sera, 31 maggio, alle ore 20.00 presso la Casa del combattente di Angri, in provincia di Salerno, l’incontro con la console generale del Venezuela Amarilis Gutierrez Graffe.
Dopo l’articolo scritto dal collega di V-News e consigliere indipendente di Angri Eugenio Lato che ha presieduto l’incontro e condotto l’intervista che trovate qui sotto, sono qui a tentare di dipingere il contenuto di quanto emerso dal dibattito di ieri. Dibattito che è diventato scottante e triste al contempo a seguito dell’ intervento di due venezuelani emigrati in Italia che hanno voluto donarci un frammento del loro vissuto e le motivazioni delle loro scelte di espatrio.
La console Amarilis si è mostrata sin da subito una persona gentile e disponibile, pronta al dialogo e all’accoglienza. Ha tratteggiato, con l’aiuto del Prof. Galdi e di Lato, la storia del Venezuela partendo da lontano, le sue sconfitte e le sue piccole e grandi vittorie, la sua crescita, la “crociata” del presidente venezuelano Hugo Chavez, detto “il Comandante”, che ha guidato il Paese dal 1998 sino al 2012 alla terza riconferma, le battaglie contro l’analfabetismo, la malnutrizione, la povertà, la questione gravosa dell’ “oro nero” trattata nell’art.303 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Le presentazioni power point e brevi incisi tratti dal libro “Radiografía de un País bajo asedio” hanno funto da cornice irrinunciabile per poterci calare nei panni dei Venezuelani e della loro emotività devastata relativamente alla questione del blocco economico agito da parte degli Stati Uniti, al debito di Caracas, definita il “buco nero dell’America latina”, all’impedimento di avere accesso ai bond venezuelani e un’inflazione che ha raggiunto cifre impronunciabili.
Tuttavia lo spirito della console aveva quel non so che di mistico e rassicurante, una calma interiore che poco si addice, a dirla tutta, a chi vive in prima persona, in quanto rappresentante una notevole carica pubblica, un momento di profonda e dilaniante crisi economica, che poi diventa politica e purtroppo anche sociale. Gli interventi esterni inviatici dalla diretta hanno contribuito a deviare quello che sembrava un semplice e partecipato discorso sulla Costituzione e sul sentimento popolare, sulla ribellione sana per la salvaguardia dei proprio diritti e per la giustizia, dirottandolo verso l’amara consapevolezza che talvolta questi sentimenti di umana tenacia sono nient’altro che chimere inesistenti fini a loro stesse. “Una bella sceneggiata per chi non conosce la verità!”, inneggiava da dietro a uno schermo qualcuno che si è sentito toccato dalla constatazione che è semplice parlare a chi non conosce tutta la verità e creare un ponte empatico nei confronti di un Paese disgraziato iniquamente preso di mira dai potenti. E da qui l’intervento dei venezuelani espatriati, due fidanzati in Italia da due anni che, col cuore in mano, la voce tremante più per l’emozione che non per la mancata padronanza della lingua e le lacrime agli occhi, hanno raccontato la storia di chi se ne va mosso non certo da un adolescenziale capriccio, ma perché non coltiva più speranze di miglioramento per il suo Paese. La ragazza narra di aver capito che non poteva più proseguire i suoi studi in scienze infermieristiche perché alle strutture ospedaliere mancavano sussidi e le attrezzature e strumentazioni basilari per acquisire conoscenze e competenze e crearsi un’identità professionale. Il fidanzato racconta di essere partito con tutta la famiglia, ad eccezione della nonna, perché, per parafrasarlo, “si sa come sono i vecchi, ad un certo punto non li smuovi più, hanno vissuto tutta la vita lì e lì finirà, nel bene e nel male”. Ricominciare ex novo non ha molto senso e comporterebbe un reinvestimento di se stessi troppo forte da non essere né sostenibile da un punto di vista psicofisico, né potrebbe garantire un feedback positivo a lungo termine, perché di tempo non ce n’è più molto. La console incassa il colpo e controbatte con una frase che suonava più o meno così: “Tu, invece, qui, pensi di aver raggiunto il massimo della felicità possibile?”
E lì ci siamo sentiti coinvolti tutti, intervistatori e intervistati, professori, architetti, contadini, studenti, italiani e venezuelani. “Ogni mondo è Paese”, recita un noto proverbio. E non è mai stato così vero e tangibile come ieri, dopo gli ultimi mesi trascorsi all’insegna della formazione del nostro governo e così reale come oggi, che lo racconto alla vigilia della Festa della Repubblica.
E la risposta del ragazzo, toccante ma secca e fredda nel senso di “disincarnata”, come di chi sa che sta parlando a qualcuno che sì, fa parte del suo Paese, ma farà anche parte del suo popolo?, è stata :
Qui lavoro e posso pagarmi l’affitto e offrire da mangiare a me e la mia fidanzata quando usciamo, lì non bastava neppure perché mangiassi io”.

Su quali livelli di comunicazione siamo? Non stiamo parlando di scegliere tra una vacanza economica e una più dispendiosa, una borsa Chanel o Louis Vuitton, tra comprare una macchina utilitaria dopo che se ne hanno già un paio lussuose parcheggiate in garage per le feste importanti. A certa gente manca il cibo, mancano le medicine! La guerra è dei ricchi ai danni dei poveri, come sempre a pagare le spese di questo saccheggio materiale e morale è il popolo! E i ragazzi venezuelani in Italia aspiravano a risposte più concrete del generico “bisogna lottare, tutti insieme”. Amarilis è stata tanto cara con loro, rassicurandoli e fornendo loro il suo numero per poterla contattare in qualsiasi momento, essere aggiornati in tempo reale sulle sorti del loro Paese, sapere a chi rivolgersi in caso di necessità. È chiaro che il Venezuela è stanco di questo esodo, ma anche i venezuelani sono stanchi di combattere una guerra che non è la loro in un Paese che è all’avanguardia negli ideali e anche nelle potenzialità, ma carente nel sostentamento primario.

Non ho nulla contro la console, anzi stimo e rispetto la sua carica e la potenza comunicativa e sociale di cui è stata capace nell’intervento abbattendo anche il limite della lingua e toccando le corde più fragili dei nostri animi popolari. Amarilis, mano sulla Costituzione, ha strenuamente difeso la sua bontà e la lotta di cui il popolo deve farsi foriero; ha recitato fino all’esasperazione una verità inamovibile tanto per loro quanto per noi italiani, ovvero “ non basta uno, la mobilitazione deve essere di tutti”, sottolineando l’importanza della partecipazione alla vita civica per una democrazia progressista libera e aperta a tutti, soprattutto ai diversi, ovvero a chiunque sia altro rispetto a noi, senza condizionamenti di genere, razza, etnia, cultura, credo religioso ed orientamento sessuale, come sostenuto in maniera incisiva anche nell’ intervista.
E qui, si concorda tutti. Allora la domanda che sorge più spontanea e immediata, posto che concordiamo tutti sul da dove occorre cominciare per fare la rivoluzione, è :
come e dove dovrebbe proseguire e poi concludersi una rivoluzione per essere definita vincente?”
Perché va bene pane e libertà, pane e patriottismo, pane e giustizia sociale, pane e democrazia. Ma sempre, prima di ogni ideale, pane.
Quando ci sarà pane, potremo seriamente parlare non più di lotta PER il popolo, ma di lotta CON il popolo. Tutto. Insieme. Proprio come decantato ieri.
Ad oggi, purtroppo, è ancora in parte un’utopia.

 

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