• Sab. Ott 23rd, 2021

Henri Cartier-Bresson, il fotografo del XX secolo

DiThomas Scalera

Set 30, 2014

cartieringresso

Roma, Museo dell’Ara Pacis

dal 26 settembre 2014 al 25 gennaio 2015

Il museo dell’Ara Pacis di Roma ospita, dopo il successo ottenuto a Parigi, la mostra retrospettiva: Henri Cartier-Bresson (1908 – 2004), a dieci anni dalla morte del fotografo, realizzata dal Centre Pompidou di Parigi in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e curata dello storico della fotografia Clément Chéroux.

Domenica in riva alla Senna, Francia, 1938. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Domenica in riva alla Senna, Francia, 1938. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB

Il percorso espositivo è diviso, dopo una introduzione, in sezioni che ripercorrono le diverse fasi della vita e del lavoro di Cartier-Bresson. Nella prima sezione: gli anni Venti dell’apprendistato, le influenze fotografiche, il viaggio in Africa e l’influenza del costruttivismo russo. Nella seconda sezione i viaggi fotografici in Spagna, Italia, Germania, Polonia, Messico e il Surrealismo, a cui si accosta nel 1926 attratto dal gusto per la libertà, il carattere ribelle e l’aspetto ludico del movimento, senza mai aderirvi. In mostra il suo, grazioso e acuto, collage su carta: Per l’amore e contro il lavoro industriale (1931).

Haifa, Israele, 1967. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Haifa, Israele, 1967. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB

Cartier-Bresson, denominato ‘l’occhio del secolo’, ha saputo testimoniare con sensibilità ed acutezza la storia del secolo scorso: dal Surrealismo alla guerra civile spagnola, alla seconda guerra mondiale, alla decolonizzazione fino alla guerra fredda. Questa retrospettiva, diversa da altre mostre fotografiche divise per temi o luoghi geografici, sviluppa cronologicamente – attraverso circa 500 opere (350 stampe vintage d’epoca, 100 documenti, tra cui filmati, disegni e collage) – le tappe del suo percorso. Rimarrà sempre fedele alla scelta del bianco e nero e alla Leica («È meglio essere disponibili, con una Leica a portata di mano») per ritrarre il suo soggetto, la vita. «La fotografia è… un modo di urlare, di liberarsi, non di dimostrare o affermare la propria originalità. È un modo di vivere»; ma usa come strumenti anche il pennello, la matita e la cinepresa.

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Nella terza sezione emerge l’impegno politico: «Io mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo», sostiene i repubblicani spagnoli, è contro il fascismo e il colonialismo. In occasione dell’Incoronazione di Giorgio VI, Trafalgar Square (1933) non inquadra il sovrano ma il suo popolo. La stampa comunista gli commissiona i primi reportage e partecipa a Parigi alle attività dell’Associazione degli scrittori e artisti rivoluzionari (AEAR). Anche la sua esperienza nel cinema è legata alla sua militanza politica: «La fotografia è qualcosa di visivo che si guarda su un piano… Il cinema è un discorso». Tra il 1935 e il 1945 si dedica unicamente al cinema: a New York frequenta Paul Strand e la cooperativa militante Nykino con cui realizza il suo primo cortometraggio e a Parigi diventa assistente di Jean Renoir (che nel 1936 gira due film su commissione del partito comunista). Nella quarta sezione (Le guerre): i documentari sulla Guerra civile spagnola e la sua attività durante la Seconda guerra mondiale (fotografo dell’esercito, prigioniero, fugge e si unisce a un gruppo della Resistenza francese). Nella quinta sezione: i suo reportage in Cina e in India e la sua straordinaria testimonianza dei funerali di Gandhi. Nel 1947 partecipa alla fondazione dell’Agenzia Magnum Photos. Nella sesta sezione i suoi scatti da reporter professionista: «Per me la fotografia non è un lavoro, ma piuttosto un duro piacere… essere una lastra sensibile». È il primo fotogiornalista a entrare in URSS dopo la morte di Stalin e poi va a Cuba. La settima sezione segna la fine del reportage in favore di una fotografia più contemplativa. Straordinari i suoi ritratti di Henri Matisse nella sua casa, Vence (1944) e Alberto Giacometti alla Galleria Maeght (1961): «per me la cosa più difficile è il ritratto… Bisogna cercare di collocare la macchina tra la pelle di una persone e la sua camicia, e questo non è facile». L’ottava sezione è dedicata alla ricognizione degli archivi, alle mostre retrospettive e ai libri. Negli anni Settanta Cartier-Bresson si ritirò dalla Magnum e dall’attività professionale, ma avendo da sempre «avuto la passione per la pittura» non smise mai di dipingere: il suo Autoritratto a matita è del 1992. Il visitatore vivrà l’esperienza di ripercorrere, attraverso le foto di Cartier-Bresson, un viaggio mozzafiato attraverso gli eventi più importanti del Ventesimo secolo. Antonella Cecconi, 29.9.2014

INFORMAZIONI

Sede: Museo dell’Ara Pacis, Lungotevere in Augusta, Roma

Orari: dal martedì alla domenica ore 9.00 – 19.00

il venerdì e il sabato la mostra è aperta fino alle 22.00

Info: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)

www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it

Biglietto “solo mostra”: € 11 intero; € 9 ridotto; € 4 speciale scuola ad alunno

22 speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)

Integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra: € 18 intero; € 14 ridotto

Mostra promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura

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Thomas Scalera

Il Guru