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Henri Cartier-Bresson, il fotografo del XX secolo

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Roma, Museo dell’Ara Pacis

dal 26 settembre 2014 al 25 gennaio 2015

Il museo dell’Ara Pacis di Roma ospita, dopo il successo ottenuto a Parigi, la mostra retrospettiva: Henri Cartier-Bresson (1908 – 2004), a dieci anni dalla morte del fotografo, realizzata dal Centre Pompidou di Parigi in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e curata dello storico della fotografia Clément Chéroux.

Domenica in riva alla Senna, Francia, 1938. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Domenica in riva alla Senna, Francia, 1938. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB

Il percorso espositivo è diviso, dopo una introduzione, in sezioni che ripercorrono le diverse fasi della vita e del lavoro di Cartier-Bresson. Nella prima sezione: gli anni Venti dell’apprendistato, le influenze fotografiche, il viaggio in Africa e l’influenza del costruttivismo russo. Nella seconda sezione i viaggi fotografici in Spagna, Italia, Germania, Polonia, Messico e il Surrealismo, a cui si accosta nel 1926 attratto dal gusto per la libertà, il carattere ribelle e l’aspetto ludico del movimento, senza mai aderirvi. In mostra il suo, grazioso e acuto, collage su carta: Per l’amore e contro il lavoro industriale (1931).

Haifa, Israele, 1967. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Haifa, Israele, 1967. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB

Cartier-Bresson, denominato ‘l’occhio del secolo’, ha saputo testimoniare con sensibilità ed acutezza la storia del secolo scorso: dal Surrealismo alla guerra civile spagnola, alla seconda guerra mondiale, alla decolonizzazione fino alla guerra fredda. Questa retrospettiva, diversa da altre mostre fotografiche divise per temi o luoghi geografici, sviluppa cronologicamente – attraverso circa 500 opere (350 stampe vintage d’epoca, 100 documenti, tra cui filmati, disegni e collage) – le tappe del suo percorso. Rimarrà sempre fedele alla scelta del bianco e nero e alla Leica («È meglio essere disponibili, con una Leica a portata di mano») per ritrarre il suo soggetto, la vita. «La fotografia è… un modo di urlare, di liberarsi, non di dimostrare o affermare la propria originalità. È un modo di vivere»; ma usa come strumenti anche il pennello, la matita e la cinepresa.

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Nella terza sezione emerge l’impegno politico: «Io mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo», sostiene i repubblicani spagnoli, è contro il fascismo e il colonialismo. In occasione dell’Incoronazione di Giorgio VI, Trafalgar Square (1933) non inquadra il sovrano ma il suo popolo. La stampa comunista gli commissiona i primi reportage e partecipa a Parigi alle attività dell’Associazione degli scrittori e artisti rivoluzionari (AEAR). Anche la sua esperienza nel cinema è legata alla sua militanza politica: «La fotografia è qualcosa di visivo che si guarda su un piano… Il cinema è un discorso». Tra il 1935 e il 1945 si dedica unicamente al cinema: a New York frequenta Paul Strand e la cooperativa militante Nykino con cui realizza il suo primo cortometraggio e a Parigi diventa assistente di Jean Renoir (che nel 1936 gira due film su commissione del partito comunista). Nella quarta sezione (Le guerre): i documentari sulla Guerra civile spagnola e la sua attività durante la Seconda guerra mondiale (fotografo dell’esercito, prigioniero, fugge e si unisce a un gruppo della Resistenza francese). Nella quinta sezione: i suo reportage in Cina e in India e la sua straordinaria testimonianza dei funerali di Gandhi. Nel 1947 partecipa alla fondazione dell’Agenzia Magnum Photos. Nella sesta sezione i suoi scatti da reporter professionista: «Per me la fotografia non è un lavoro, ma piuttosto un duro piacere… essere una lastra sensibile». È il primo fotogiornalista a entrare in URSS dopo la morte di Stalin e poi va a Cuba. La settima sezione segna la fine del reportage in favore di una fotografia più contemplativa. Straordinari i suoi ritratti di Henri Matisse nella sua casa, Vence (1944) e Alberto Giacometti alla Galleria Maeght (1961): «per me la cosa più difficile è il ritratto… Bisogna cercare di collocare la macchina tra la pelle di una persone e la sua camicia, e questo non è facile». L’ottava sezione è dedicata alla ricognizione degli archivi, alle mostre retrospettive e ai libri. Negli anni Settanta Cartier-Bresson si ritirò dalla Magnum e dall’attività professionale, ma avendo da sempre «avuto la passione per la pittura» non smise mai di dipingere: il suo Autoritratto a matita è del 1992. Il visitatore vivrà l’esperienza di ripercorrere, attraverso le foto di Cartier-Bresson, un viaggio mozzafiato attraverso gli eventi più importanti del Ventesimo secolo. Antonella Cecconi, 29.9.2014

INFORMAZIONI

Sede: Museo dell’Ara Pacis, Lungotevere in Augusta, Roma

Orari: dal martedì alla domenica ore 9.00 – 19.00

il venerdì e il sabato la mostra è aperta fino alle 22.00

Info: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)

www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it

Biglietto “solo mostra”: € 11 intero; € 9 ridotto; € 4 speciale scuola ad alunno

22 speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)

Integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra: € 18 intero; € 14 ridotto

Mostra promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura

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