• Gio. Ott 28th, 2021

Teano: Un incontro Mancato

di Giuseppe Monsagrati*

26 ottobre 1860: Garibaldi incontra Vittorio Emanuele II

26/10/2011 – Nel vasto panorama simbolico del Risorgimento pochi momenti e pochi eventi raggiungono l’intensità evocativa e starei per dire drammatica di quello che è passato alla storia come l’incontro di Teano. Forse solo la giornata di Aspromonte ebbe un impatto più forte sulla coscienza del paese giunto all’Unità da poco più di un anno, ma in un senso e con una percezione del tutto opposta, tragica più che drammatica. Quanto meno così la rappresentò lo stesso Garibaldi che nella stesura definitiva delle Memorie, poche pagine dopo avere appena accennato all’incontro del 26 ottobre 1860 senza nemmeno nominare il luogo dove avvenne (“… deposi in mano di Vittorio Emanuele la Dittatura, che m’era stata conferita dal popolo – proclamandolo re d’Italia”), riservò parole di vero sdegno e sofferenza interiore allo scontro “fratricida” del 29 agosto 1862 che ebbe per teatro i monti della Calabria: i soldati di Vittorio Emanuele ci trattarono come briganti, scrisse, attaccandoci appena fummo a tiro di fucile: “Noi, non rispondemmo. Terribile fu per me quel momento! Gettato nell’alternativa di deporre le armi come pecore – o di macchiarmi di sangue fraterno! Tale scrupolo non ebbero certamente i soldati della monarchia – o, dirò meglio, i capi che comandavano quei soldati. Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Anche ciò è probabile – e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia che lo faceva supporre”. Rivelatore di fratture che i trionfi dell’anno precedente avevano in qualche modo nascosto alla vista, Aspromonte fu un autentico choc, anzitutto per quanti lo vissero, e per Garibaldi più di altri, sebbene già nell’aprile del 1861 la discussione parlamentare sull’Esercito Meridionale gli avesse fatto capire che la collaborazione con la monarchia non gli restituiva ciò che essa gli era costata.

Teano dunque, o Taverna Catena, o Vairano Patenora, ché sono molte le località che, come avveniva nella Grecia antica per Omero, si contendono l’onore di avere ospitato un atto così carico di significati. Quello che si percepì subito da tutti fu la conseguenza geo-politica dell’incontro, conseguenza del resto già scontata dopo l’esito del plebiscito napoletano di cinque giorni prima: respinta ogni richiesta di convocazione di una Assemblea avanzata dai democratici raccolti attorno a Mazzini e a Cattaneo, Garibaldi aveva lasciato che il pro-dittatore Pallavicino preparasse il passaggio dei poteri dal governo dittatoriale al sovrano; e con esso l’annessione dell’intero meridione al Regno sardo. “Salute al re d’Italia”: queste le parole che l’uomo dei Mille avrebbe rivolto a Vittorio Emanuele II nella ricostruzione lasciataci da Giuseppe Cesare Abba. Non molto diversa la versione di un altro memorialista, Alberto Mario, che riferisce un breve scambio di convenevoli concluso da Garibaldi con una esclamazione rivolta al suo seguito: “Ecco il re d’Italia!”. Comune a questi, e ad altri testimoni diretti, è la sottolineatura del clima finto-festoso in cui i due personaggi si vengono incontro a cavallo e si salutano sotto gli occhi poco partecipi e poco convinti dei rispettivi stati maggiori: tant’è che nel riprendere il cammino, mentre Garibaldi invitava i contadini ai lati della strada ad applaudire il re e quelli invece si ostinavano a gridare “Viva Calibardo”, gli ufficiali del seguito, dopo aver provato a mescolarsi, “a poco a poco si separarono”, tornando ciascuno “al proprio centro di gravità; in una riga le umili camicie rosse, nell’altra a parallela superbe assisi lucenti d’oro, d’argento, di croci e di gran cordoni”: due mondi separati e distinti che gli anni avvenire avrebbero ancor più allontanati malgrado gli sforzi compiuti da Garibaldi perché l’annessione, ossia la conquista e lo spirito in cui si compiva, non fosse tale almeno nei rapporti umani.

Nella sua simbolicità l’incontro di Teano aveva un protagonista invisibile, ed era Cavour, trionfatore su tutta la linea: distrutto politicamente nel 1859 dalla sospensione delle ostilità decisa a Villafranca, nel 1860 aveva domato in un colpo solo Napoleone III, cui aveva fatto digerire la riduzione dello Stato pontificio; Garibaldi, che era riuscito a tenere lontano da Roma e verso il quale a cose fatte poteva anche mostrarsi cavalleresco; la Sinistra mazziniana, alla quale aveva negato la convocazione dell’Assemblea costituente ossia del consesso che avrebbe dovuto discutere le modalità dell’annessione; Vittorio Emanuele II, che ancora una volta aveva dovuto rassegnarsi all’idea che le decisioni supreme sul futuro del paese dovessero passare attraverso il Parlamento. Va detto che per arrivare a cogliere tutti questi risultati Cavour, quando era stato necessario, non aveva esitato a dimenticare di essere Cavour. “Garibaldi – gli scriverà il giorno dopo Teano l’ultramoderato Farini, eccitatissimo per avere assistito anche lui all’evento – ne ha dette e fatte delle grosse: ma noi facciamo le garibaldaggini politiche meglio di lui”. Solo così, rubando qualcosa ai rivoluzionari e facendo anche lui le sue “garibaldaggini”, Cavour era riuscito a non essere più lo statista esitante e incerto del 1859, il primo ministro di un piccolo regno soggetto alle manovre della diplomazia internazionale. Per quanto potesse dir male del Duce dei Mille a uso e consumo dei rappresentanti stranieri a Torino, l’impresa garibaldina con le sue caratteristiche di movimento volontario sostenuto dal consenso delle popolazioni e di gran parte dell’opinione pubblica dell’Occidente gli aveva messo in mano una carta assai utile, da spendere nel difficile confronto con le Potenze. Ciò voleva dire che il diritto pubblico europeo stava subendo una significativa trasformazione: non era più materia esclusiva della diplomazia ma era diventato un teatro sul quale protagonisti diversi da quelli tradizionali erano in grado di far sentire la loro voce.

Un altro potente elemento simbolico dell’incontro di Teano va ricercato nelle varie tecniche iconografiche con cui ci si affrettò a rappresentarlo non solo per fissare nella memoria storica collettiva un momento storico di quella portata ma anche per venire incontro alla fame di immagini che proprio in quegli anni stava prendendo piede in tutta Europa. La scena fu riprodotta a caldo in un numero impressionante di stampe, incisioni, disegni, e poi quadri, piatti di ceramica, foulard di seta e altri gadget di facile smercio. A caratterizzarla e a conferirle efficacia comunicativa, almeno agli occhi dell’uomo della strada, era il fatto che i due personaggi principali, il re e Garibaldi, il primo sul cavallino arabo bianco, il secondo in sella a un cavallo nero, erano posti sullo stesso piano, a destra l’erede di una delle più antiche dinastie del continente, a sinistra il figlio del popolo giunto a stringergli la mano (solo nell’interpretazione recente di Forattini c’è una vera e propria sproporzione fisica tra i due personaggi, con Vittorio Emanuele che sovrasta un Garibaldi rimpicciolito). Per di più tra i due quello che compie un atto di regale maestà è, come nota con finezza Abba, il “popolano generoso”, che “in nome del popolo” consegna al sovrano la corona del regno del Sud. Varianti della stessa scena sono meno solenni, da quella che raffigura Garibaldi come un capataz sudamericano che va incontro a Vittorio Emanuele sventolando il cappello, a quella che molto più realisticamente raffigura Garibaldi che per proteggersi dall’umidità ha, sotto il berretto, la testa avvolta in un fazzoletto di seta annodato sotto il mento come quello di una qualunque vecchietta.

Il terzo motivo simbolico dell’iconografia dell’incontro è legato alla composizione sociale del seguito. Sono aiutanti di campo, ufficiali di stato maggiore, ministri anche, e li si è già visti nella descrizione che ce ne ha dato Alberto Mario: da un lato i militari piemontesi tutti tronfi nelle loro divise tirate a lucido e scintillanti d’oro, dall’altro i garibaldini vestiti in modo assai meno vistoso ma, si suggerisce, tanto più di loro decorati dalle imprese appena compiute. L’incontro è anche questo: due mondi e le rispettive mentalità e ideologie che entrano a contatto e si uniscono in funzione dello stesso obiettivo ma senza nessuna possibilità di integrarsi. Sono stati d’animo che né i pittori né i disegnatori per quanto abili riescono a rendere nel momento in cui raccontano lo storico episodio. Ma è da questa lontananza che nasce la freddezza che si percepisce dietro i toni festosi e su cui i democratici, con Mazzini alla testa, si soffermano, quasi affidando a questa sensazione le residue speranze di staccare dalla monarchia il Dittatore vittorioso: il quale, anche in un momento come questo, si veste di umiltà per chiedere a Vittorio Emanuele di non dimenticarsi dei suoi volontari. Sia Alberto Mario che G.C. Abba che ne utilizza la testimonianza diretta mettono l’accento sulla mestizia del generale che attribuiscono al fatto che insieme col potere sul territorio conquistato Garibaldi aveva ceduto anche il comando delle future operazioni militari: “Voi – gli aveva spiegato Vittorio Emanuele – vi battete da troppo tempo, tocca a me adesso; le vostre truppe sono stanche, le mie fresche: ponetevi alla riserva”. Era una frase che non ammetteva repliche. “Ci hanno messo alla coda”, dirà Garibaldi a Jessie White Mario; lui stesso, in un brano mai pubblicato delle Memorie, annoterà con amarezza: “L’esercito settentrionale, comandato dal re, subentrava alla conclusione della guerra, e ben presto si poté capire, che non si desiderava il nostro contatto”.

Secondo Giuseppe Guerzoni, fu questo il punto d’arrivo di una strategia partita con l’invasione dello Stato pontificio ad opera dei Piemontesi e finalizzata a togliere di mezzo il guerriero prima che diventasse troppo potente: “Garibaldi aveva vinto troppo: bisognava che la partita di quell’indiscreto donatore di regni fosse chiusa; bisognava dimostrare che si potesse vincere senza di lui, dovesse la vittoria costare a cento doppi più cara; bisognava […] che il futuro Re d’Italia potesse presentarsi ai suoi nuovi popoli, non già nelle umili sembianze d’un sovranello protetto e patteggiato, ma di un vero Re soldato e conquistatore”. E così fu.

La simbologia di Teano racchiude in sé un altro aspetto – forse nemmeno l’ultimo – che potremmo definire geografico, visto che vi è rappresentato l’incontro tra il Nord e il Sud e, con esso, l’inizio della continuità territoriale del Regno d’Italia non più spaccato in due dallo Stato pontificio. Al di là del dato geografico, a contare è il rapporto difficile che si profila tra un’Italia settentrionale avviata sia pure da poco a passi sicuri verso la modernizzazione e un’Italia meridionale che molti sia italiani che stranieri, e dunque non soltanto il solito, citatissimo Farini, descrivono ben al di là dei confini della civiltà pur quando ne apprezzano la bellezza e le ricche tradizioni culturali (si è parlato in proposito di razzismo trascurando volutamente il tono dolente e allarmato di tali osservazioni). Anche in questo caso, anzi soprattutto in questo, la scena di Teano così come ci è stata tramandata è ingannevolmente oleografica, pare inaugurare un’epoca di collaborazione tra le varie forze del paese e invece è solo il preannunzio di una sottomissione, di una subalternità destinata a durare a lungo. Come confidava al suo Diario politico Giorgio Asproni uno degli esponenti più perspicaci dello schieramento democratico, “gli Italiani della Italia meridionale impareranno a conoscere a spese proprie la politica implacabile dei Piemontesi, che sono e saranno eternamente mentitori, ingannatori e ladri”. La frase era scritta quattro giorni dopo le votazioni del plebiscito e dunque sgorgava da uno stato d’animo comprensibilmente amareggiato e deluso: ma quel che conta è che vi era già prefigurato un futuro di netto squilibrio a danno del Sud, così come sia in Mazzini che in Cattaneo era chiara la premonizione che molta parte di questo squilibrio sarebbe stata resa più sensibile dall’imminente esclusione dei democratici dal tavolo delle decisioni.

Così dicendo non si vuol mettere in discussione l’importanza storica della giornata del 26 ottobre 1860, ma richiamare l’attenzione sul peso che avrebbe avuto sul futuro del paese quello che con qualche cedimento alla tentazione del revisionismo si potrebbe definire “il mancato incontro di Teano”. Ma è ancora corretto parlare di Teano come della località in cui il re d’Italia e l’ormai ex dittatore delle Due Sicilie si incontrarono?


Il luogo dell’incontro

Quella che abbiamo sin qui esposta è una interpretazione storico-politica dello storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II che ebbe luogo il 26 ottobre 1860 alla presenza di uno stuolo di comparse, in genere alti ufficiali e qualche rappresentante del governo di Torino: fondata sopra solide testimonianze ma pur sempre soggettiva, come tutte le interpretazioni. Non dovrebbe invece essere una interpretazione stabilire con un buon grado di approssimazione se non di certezza dove si verificò l’incontro. Le risposte date in passato a questa domanda non sembrano aver risolto del tutto un problema né posto fine alle polemiche che ne sono scaturite: problemi e polemiche che periodicamente ritornano, soprattutto in occasione di celebrazioni quali i centenari. Come è avvenuto puntualmente anche quest’anno, e come forse avverrà ancora se non si riuscirà a sciogliere una volta per tutte, e nel modo più persuasivo, il dubbio che da decenni tormenta soprattutto i ricercatori locali, giustamente desiderosi di venirne a capo non tanto per rivendicare a questo o quel sito l’onore di avere ospitato un fatto così significativo per la storia nazionale, quanto per amore della verità e un po’ anche per quel sano spirito campanilistico che talvolta si manifesta per una motivazione meno frivola di quelle offerte di solito da una partita di calcio. Il nostro è appunto un tentativo di fare quanto meno chiarezza su tutti gli elementi della questione.

Una cosa pensiamo comunque di poter affermare in via preliminare, ed è che la definizione di “incontro di Teano” che si ritrova in gran parte dei manuali di storia a designare l’incontro del 26 ottobre è con tutta probabilità da aggiornare perché assolutamente imprecisa. Senza aver la pretesa di poter fornire una risposta inconfutabile, la ricostruzione che qui di seguito proponiamo tenterà di collocare l’evento là dove esso è avvenuto, e lo farà nel solo modo possibile in casi come questo, ossia utilizzando e mettendo a confronto tutte le fonti e le testimonianze giunte sino a noi.

Partiamo dai protagonisti dell’incontro. Dovrebbero essere i primi a metterci sulla strada giusta. E invece né il re di Sardegna né Garibaldi sono minimamente interessati a favorire il lavoro degli storici. Garibaldi, che non è mai prodigo di particolari su se stesso, praticamente ignora quasi l’evento; nelle Memorie mette in risalto l’unico elemento che gli stava davvero a cuore, e cioè che aveva chiesto al re il riconoscimento dei gradi dei suoi volontari; d’altra parte è vano cercare quello che le Memorie non dicono nelle lettere raccolte nel volume V dell’Epistolario, dove invece, a conferma della conversazione intervenuta tra i due il 26 ottobre, si può leggere quanto l’ormai ex dittatore ebbe a scrivere a Vittorio Emanuele II tre giorni dopo, chiedendogli tra l’altro di accogliere “nel vostro Esercito i miei commilitoni che han tanto bene meritato da voi e dalla patria” (sarà poi Crispi a rivendicare a sé la stesura di questa lettera). Va detto inoltre che nell’Epistolario è inserita una sola lettera che reca la data del 26 ottobre, ed è Garibaldi stesso a dirci che la scrisse da S. Angelo alle “ore 11 ½ pom.”, quindi a cose già finite.

Non meno taciturno appare sul punto Vittorio Emanuele II, il re vittorioso che scende dal Nord passando per l’Abruzzo e il Molise. Dopo essere passato per Isernia e poi per Venafro, la sera del 25 si ferma a pernottare al castello di Presenzano; la mattina del giorno dopo, alle ore 6, si mette in moto col suo seguito per l’ultima tappa del suo viaggio da normalizzatore più che conquistatore: di lui ci restano in questi giorni cinque lettere (ovviamente quelle edite: potrebbe averne scritte altre ma non le conosciamo): una lettera è del 26 ottobre – il giorno dell’incontro – ed è diretta allo stesso Garibaldi, quattro sono del giorno successivo e hanno vari destinatari. In una sola di queste lettere, quella del 27 ottobre al presidente del Consiglio Cavour, si fa accenno all’incontro e al suo contenuto per così dire politico (“J’ai vu aujourd’hui Garibaldi; il est fixé dan ses idées, mais traitable”) senza però nulla specificare sul luogo. Insomma, se dipendesse dai due attori principali, a malapena saremmo informati del fatto che il 26 ottobre si sono visti da qualche parte, e forse nemmeno questo, giacché, come si è visto, la lettera del re a Cavour fissa la data al 27 ottobre. Tuttavia dalle lettere del re ricaviamo un dettaglio interessante, e cioè che le cinque lettere scritte tra il 26 e il 27 recano come indicazione del luogo di partenza quella di Teano. Vedremo più avanti perché questo particolare può avere una sua importanza.


Per trovare qualche informazione più precisa bisogna dunque ricorrere alle testimonianze dei comprimari, cominciando da quelle di coloro che furono effettivamente presenti: tra ufficiali al seguito del re e ufficiali dello stato maggiore garibaldino non furono pochi, ma solo per alcuni di essi oggi disponiamo di una documentazione che possa fare al caso nostro: in casi come questi si tende a privilegiare le informazioni che sono frutto di una osservazione diretta, tanto più se cronologicamente sono molto vicine al momento in cui il fatto descritto si è svolto. Non c’è dubbio che in questa posizione si vennero a trovare coloro che ne parlarono subito dopo avervi assistito. E però, per la qualità e la ricchezza descrittiva del racconto che ci ha lasciato, preferirei partire da uno degli osservatori più circostanziati, il garibaldino Alberto Mario, ben nota figura di giornalista e uomo politico di Lendinara (Rovigo), mazziniano in gioventù, cattaneano negli anni della maturità. La sua testimonianza compare in almeno due lavori: il primo, La camicia rossa, è in pratica un libro di memorie. Steso alla fine del 1860, e dunque a ridosso degli avvenimenti di cui parla, uscì per la prima volta in inglese nel 1865 col titolo The Red Shirt per poi essere pubblicato in lingua originale a puntate in alcuni giornali italiani nel 1866 e nel 1869; la prima edizione in volume apparve invece a Torino nel 1870. Mario vi riferiva con abbondanza di dettagli ciò che si era svolto sotto i suoi occhi. Riprodurre integralmente il suo racconto ci porterebbe via troppo spazio: ci limiteremo dunque a citare quegli spezzoni di frase che meglio consentono di determinare i luoghi:

Noi percorrendo, a traverso i campi e sui primi abbozzi d’una ferrovia, l’ipotenusa del gomito descritto dalla strada, ci arrestammo ad un bivio per attendervi Garibaldi. Proveniente da Venafro, sfilava verso Teano l’esercito settentrionale […] Non tardò guari a giugnere Garibaldi […] Della Rocca, generale d’armata, se gli accostò cortesemente […] Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le musiche e s’intese la marcia reale. «Il re!» disse Della Rocca. «Il re! il re!» ripeterono cento bocche […] Il re, coll’assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori. Fanti, ministro della guerra, e Farini, viceré di Napoli in pectore, esso pure insaccato in una capace tunica militare […]

In realtà il generale Della Rocca che aveva di poco preceduto il corteo reale si era già allontanato e quindi non era presente sulla scena dell’incontro. Comunque Mario si sofferma sulle frasi scambiate tra Garibaldi e Vittorio Emanuele (altro problema storico: se ne hanno più versioni) e conclude accennando alla “idea di una buona colazione che i regi cuochi precorsero ad imbandirci presso Teano”. Si prosegue tra folle di contadini che festeggiano il generale più che il sovrano. Terminato l’incontro, le due colonne, quella dei volontari e quella dei Piemontesi, si dividono:

Al ponte d’un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello al re: questi proseguì sulla strada suburbana, quegli passò il ponte, e separaronsi l’un l’altro ad angolo retto

La sera del 26 Garibaldi sarà a Calvi, Vittorio Emanuele a Teano. In ogni caso, il punto di congiunzione tra le due colonne appare qui localizzato in un “bivio” in prossimità dei “primi abbozzi di una ferrovia”, a qualche distanza da Teano. Mario lo ripeterà qualche anno dopo nella biografia che scriverà di Garibaldi utilizzando espressioni molto simili a quelle appena citate e precisando che “il sito d’intersezione delle due strade [quella da Venafro percorsa dai regi e quella da Teano da dove provenivano i garibaldini] era abbastanza capace, e l’adornavano una casa rustica e una dozzina di pioppi”. Il dettaglio va memorizzato, assieme all’altro appena menzionato e relativo agli “abbozzi d’una ferrovia”.

Altro testimone oculare dell’incontro è Luigi Carlo Farini. Lo abbiamo appena visto descritto da Alberto Mario con una nota di sarcasmo: lo si capisce, Farini per i garibaldini vuol dire Cavour, perché è l’uomo che da ministro degli Interni del Regno sardo ha aggiunto la sua firma a quella del primo ministro in calce all’atto di cessione di Nizza e della Savoia alla Francia; ed è proprio a Cavour che il 27 ottobre Farini, postosi al seguito delle truppe regie, invia un dispaccio nel quale dice tra l’altro:

Oggi [il re] è uscito a cavallo per visitare gli accampamenti: mi ha detto che andrebbe a fare una visita anche a Garibaldi, che è a Calvi. Fu curioso jeri lo incontro di Garibaldi col Re sulla strada da Presenzano a Teano. Garibaldi si avanzò a capo di qualche centinajo de’ suoi in camicia rossa […] Facemmo insieme tutta la strada da Presenzano a Teano…

Tra tutte le testimonianze disponibili, questa di Farini è certamente la meno credibile dal momento che se ne dovrebbe dedurre che l’incontro era avvenuto a Presenzano o in prossimità di questo paese, distante alcuni chilometri da Taverna della Catena e ancor più da Teano. Come si ricorderà, Presenzano era il paese in cui il re aveva pernottato e da cui la mattina del 26 era partito per andare incontro a Garibaldi raggiungendolo due ore dopo. Quindi è materialmente impossibile che regi e garibaldini facessero “insieme tutta la strada da Presenzano a Teano”. Invece un dettaglio molto significativo è quello che ci viene offerto da un terzo personaggio che poco fa abbiamo introdotto sulla scena attraverso le parole di Alberto Mario: molto legato a Vittorio Emanuele, Enrico Morozzo della Rocca, era stato appena venti giorni prima promosso generale d’armata e messo alla testa del V Corpo incaricato di invadere il Regno meridionale. Tecnicamente Della Rocca non si può dire abbia assistito all’incontro perché, inviato in avanscoperta, si imbatte per primo in Garibaldi e lo avverte che il re sta arrivando, dopo di che si avvia verso Teano. Gli manca perciò una caratteristica essenziale, quella del testimone oculare. Tuttavia nella sua Autobiografia uscita nel 1897, l’anno della sua morte, annota un particolare che può interessarci:

Lasciando Venafro per Alife, dopo circa due ore di marcia, m’imbattei nel Generale Garibaldi, seguito da un Aiutante di Campo, che andava in cerca del Re. Gli indicai dove avrebbe potuto trovarlo; ci stringemmo la mano, e si stette qualche tempo in cordiale colloquio […] Seppi poi che aveva incontrato il Re a Quadriglia, e che per il primo fervorosamente lo aveva salutato e proclamato Re d’Italia

Terza testimonianza, terza indicazione geografica, ma anche una convergenza che potremmo ormai accettare come collettiva: Teano non è il luogo dell’incontro. A questa conclusione si arriva dopo la lettura dei ricordi di un altro generale, Genova Thaon di Revel, più tardi senatore nonché Collare della Ss. Annunziata, che nel suo Da Ancona a Napoli, edito a Milano nel 1892, riporta il testo di una lettera scritta al fratello il 27 ottobre:

Ieri, prima di arrivare a Teano, vidi Farini e Fanti, che al solito stanno presso al Re, trattenere i loro cavalli e rimanere indietro. Della Rocca non c’era. Ci trovammo più vicini al Re il generale d’Angrogna ed io, quando vedemmo cavalieri fermi sulla strada al così detto quadrivio della Taverna della catena, e portarsi quindi all’incontro del Re. Era Garibaldi. Egli fece un profondo saluto al Re che gli rispose…

Qui sembra che la localizzazione si faccia più precisa: il quadrivio della Catena, o di Taverna della Catena, così denominato da una delle tante taverne disseminate come moderni autogrill lungo la strada per San Germano, era il punto di incrocio di due strade, la consolare che da sud, ossia da Capua e Caianello, andava in direzione di San Germano e la consolare per gli Abruzzi che dopo aver toccato Teano proseguiva verso il Nord passando a ridosso di Presenzano. In prossimità dell’incrocio erano visibili nel 1860 i lavori di costruzione della rete ferroviaria da poco iniziati. Nel volume già citato sulla Camicia Rossa, Alberto Mario inseriva una cartina della zona dell’incontro in cui il quadrivio di Taverna della Catena è chiaramente posto al centro della raffigurazione, ed è l’unico di tutta l’area. Come dimostra Carlo Antuono in un sua accurata ricerca ancora fresca di stampa (Nuovi spunti sull’incontro fra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi 26 ottobre 1860, Vairano Scalo, 2011) in quei giorni di fine ottobre 1860 il quadrivio era un incrocio frequentatissimo da chi, venendo dal Nord, si accingeva ad attaccare ciò che restava dell’Esercito napoletano, che è quello che farà Vittorio Emanuele lo stesso 26 ottobre, per poi darne comunicazione proprio a Garibaldi (con un senso quasi di riappropriazione della scena) informandolo delle “due ore ½ di combattimento” in cui le sue truppe erano state impegnate vittoriosamente contro il nemico: per quel quadrivio era passato anche il generale Cialdini che appunto lì aveva incontrato il generale Giovanni Salzano, già difensore di Capua, cui proprio in quei giorni Francesco II aveva affidato il comando dell’Esercito.

Sempre Antuono, tra le tante illustrazioni che arricchiscono la sua ricerca, riproduce in dettaglio il particolare di una “carta del Regno di Napoli, 1879” [sic!]: vi risulta evidente che il “Quadrivio della Catena” che vi è regolarmente segnalato è situato a ridosso della stazione di Caianello-Vairano e ricade nel territorio di Vairano Patenora. Lì nei pressi si snoda pure il tratto di ferrovia che Alberto Mario aveva visto in costruzione passandoci il 26 ottobre; sembra che vi fossero anche i pioppi da lui descritti. La cartina, così come quella che troviamo allegata al volume di Alberto Mario, ci è utile per confermare la validità di un’altra testimonianza. Quel giorno Francesco Crispi, già segretario della Dittatura, non era presente; tuttavia, come sempre bene informato su tutto ciò che riguardava la spedizione, trovò il modo di appuntare nel suo “Diario dei Mille” alla data del 27 ottobre la seguente annotazione: “Garibaldi e il re s’incontrano tra Marzaniello [sic, per Marzanello] e Vairano. Marciano per sei miglia insieme”. Ebbene, se si consulta la carte si vede che Taverna della Catena è collocata esattamente a metà tra le due località indicate da Crispi a ridosso delle quali sorge.

Perché abbiamo dato la priorità alle fonti che abbiamo menzionate? Perché è evidente che, provenendo da personaggi che erano presenti o prossimi al luogo dell’incontro, sono le più affidabili, anzi le sole veramente affidabili: non tutte ma quasi tutte sono quelle che, in linguaggio tecnico, sono definite fonti di prima mano; coloro che ce le hanno tramandate o erano presenti all’evento o erano in una posizione tale da poter disporre di buone informazioni. Intendiamoci, all’epoca doveva essere tutt’altro che facile stare, come si direbbe oggi, sulla notizia, e i primi a non riuscirci erano i giornali, uno dei quali, la mazziniana Unità italiana del 2 novembre 1860, scriveva che “il Dittatore e Vittorio Emanuele si videro a Monte di Santa Croce”; a sua volta l’inviato del Times, in una corrispondenza datata 6 novembre, restava molto nel vago: parlava dell’arrivo dei Piemontesi e li faceva accampare “sotto Monte S. Angelo, vicino a Marzanello”, per poi affermare che l’incontro tra re e dittatore si svolse “sulla strada da cui stavano arrivando i Piemontesi”, senza cioè specificare minimamente la località, e tuttavia facendo intendere nella prosecuzione del racconto che si era ben lontani da Teano.

Una obiezione che si potrebbe muovere è quella relativa alle discordanze di toponomastica che compaiono nelle fonti di cui ci siamo serviti; va da sé, tuttavia, che la denominazione di “Quadriglia” dataci da Della Rocca e che troviamo anche nella testimonianza di un altro generale piemontese, Paolo Solaroli, pure citata da Antuono, non fa altro che richiamare il “quadrivio” (che altri, con uno scambio lessicale ben comprensibile chiamano bivio) di Taverna della Catena. Come abbiamo già notato, nessuna di questa fonti nomina Teano se non come luogo d’arrivo, distante secondo Crispi circa sei miglia dal punto dell’incontro. Se poi se ne sia parlato come di “incontro di Teano” in parte è dovuto al fatto che Teano era la località più popolosa della zona, in parte al fatto che fu lì che il re e Garibaldi si salutarono e presero due strade diverse; che poi Vittorio Emanuele si fermasse a Teano per tutto il 27 ottobre per seguire le operazioni militari delle sue truppe aggiunse ulteriore celebrità alla cittadina che si trovò così ad ornarsi di un prestigio che a volere essere più precisi non le sarebbe spettato; oltre tutto parlare di “incontro di Teano” suonava meglio che parlare di “incontro di Vairano Patenora”.

Della disinformazione circa il luogo effettivo dell’incontro è da ritenere responsabile da un lato la tradizione orale, dall’altro una parte della storiografia, la meno avvertita. Una parte: perché in realtà gli storici sono sempre stati molto cauti nell’affermare una cosa o l’altra, soprattutto dopo che nel 1909 un ufficiale dell’Ufficio storico dello Stato maggiore Esercito, Giulio Del Bono, aveva dato alle stampe nelle Memorie storiche militari un saggio – Storico incontro fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II 26 ottobre 1860 – in cui attraverso un attento esame delle fonti era dimostrato con sufficiente grado di certezza che l’incontro era avvenuto al quadrivio di Taverna della Catena. Noi non staremo ad esaminare qui tutte le conclusioni cui sono arrivati in proposito i tantissimi studiosi di Garibaldi. Ci basterà menzionare qualche biografo, a partire da uno dei primi e dei più autorevoli, il Guerzoni, che nel suo Garibaldi (1882) identifica il sito dell’incontro in “Caianello, poco lungi da Teano”. Michele Rosi, apprezzato storico del Risorgimento, indica senza tentennare Taverna della Catena; più salomonico Gustavo Sacerdote, altro illustre biografo, che nel 1933 fissa il luogo “sulla strada che conduce a Teano – chi dice all’incrocio presso Taverna Catena nel comune di Vairano Patenora, chi afferma a un bivio nel comune di Caianello, chi giura nel comune di Teano”, ed è qui il riflesso di una questione che si era rianimata dopo che nel 1914 un altro studioso, Vincenzo Boragine, respingendo in toto le conclusioni del Del Bono, aveva sostenuto con certezza la tesi favorevole a Teano. Nel 1975 un altro importante biografo, l’inglese Jasper Ridley, collocava l’incontro allo “incrocio di Taverna Catena, vicino al villaggio di Marganello” [sic, per Marzanello], che è la stessa conclusione cui era arrivato qualche anno prima uno storico notoriamente scrupoloso come Giorgio Candeloro; più recentemente Alfonso Scirocco ha tentato di tenere insieme le due opposte candidature scrivendo che il re e Garibaldi si incontrarono “presso Teano, al bivio di taverna Catena”.

Un capitoletto a parte meritano gli sforzi fatti dai sostenitori di Teano come ambito territoriale dell’incontro per ottenere alla loro tesi il crisma dell’ufficialità rivolgendosi – si era nel 1926 – ad alcuni alti esponenti del fascismo: il ministro degli Interni, Federzoni, quello della Pubblica istruzione, Fedele, e lo stesso Mussolini nella sua veste di ministro della Guerra. In base alla strana pretesa per la quale i risultati della ricerca storica debbano essere più credibili se approvati, per dir così, con decreto ministeriale, la richiesta mirava a conseguire per la ricostruzione fatta da Boragine una sorta di certificazione dall’alto.

Come suggeriscono i documenti riprodotti nel suo libro da Antuono, l’iniziativa era stata presa dal colonnello Cesare Cesari, dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito, ma al di fuori dell’attività istituzionale. Fu Cesari che con ogni probabilità preparò una relazione di cinque pagine dattiloscritte: “l’incontro – queste le parole con cui si chiudeva – deve chiamarsi di Teano, come figura in quasi tutti i libri di storia”. Ma, nonostante che la prima pagina recasse l’intestazione “Ministero Guerra – Ufficio storico S.M. – Relazione definitiva”, la relazione era in realtà una sorta di perizia di parte intesa a sostenere come in un processo la validità di una ricostruzione a preferenza di un’altra: tant’è che ogni pagina del dattiloscritto appare contrassegnata da un timbro nel quale si legge il nome di un avvocato, Luigi Palmieri, di Santa Maria Capua Vetere, forse incaricato di seguire professionalmente il buon esito della questione o, più probabilmente, interessato a restituire a Teano quello che il lavoro di Del Bono le aveva tolto.

Proprio perché atto di parte, non abbiamo ritenuto di dovere tener conto degli argomenti portati avanti dalla relazione, come non ne tennero conto i tre ministri fascisti che si guardarono bene dal restare impigliati in una controversia sulla quale non avevano nulla da dire e che, qualunque ne fosse stato l’esito, rischiava di trascinarli in una interminabile contesa in cui la ricerca della verità sarebbe sfumata in una contrapposizione dai contorni municipalistici.

Abbiamo sintetizzato il molto materiale sia coevo che storiografico che si è venuto accumulando sulla questione per trarne una conclusione sufficientemente documentata, e ciò pur in assenza di una prova inoppugnabile. Una relazione del 1926, che si pronunciava per Teano, cercò di esserlo e di sicuro contribuì a consolidare la tradizione favorevole allo stesso Teano. Ma è significativo che il Ministero della Difesa non la includa fra i documenti del proprio archivio, nel quale si continua a far riferimento al Diario Militare del 26 ottobre 1860.

Nel 150° anniversario dell’Unità è giusto concludere, non per spirito salomonico ma per rispetto dai dati a nostra disposizione, che l’incontro ebbe luogo nel territorio del comune di Vairano e si concluse con il saluto fra i due protagonisti in quello di Teano. In questi termini l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana si riferirà all’evento nei suoi testi futuri e si augura che lo stesso accada nei libri di storia e nei manuali scolastici, per quel poco spazio che ancora questi dedicano alla storia del processo di unificazione. 


Bibliografia: G. Guerzoni, Garibaldi, Barbera, Firenze, 1882;

J. White Mario, Vita di Giuseppe Garibaldi, Treves, Milano, 1882;

G.E. Curatulo, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della patria, Zanichelli, Bologna, 1911;

G. Sacerdote, La vita di Giuseppe Garibaldi, Rizzoli & C., Milano, 1933;

La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del regno d’Italia. Carteggi di Camillo Cavour, vol. III: ottobre-novembre 1860, Zanichelli, Bologna, 1952;

J. Ridley, Garibaldi, A. Mondadori, Milano, 1975;

G. Garibaldi, Memorie, a cura di D. Ponchiroli, Einaudi, Torino, 1975;

G. Asproni, Diario politico 1855-1876, a cura di C. Sole e T. Orrù, vol. II: 1858-1860, Giuffré editore, Milano, 1976;

G.C. Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, A. Mondadori, Milano, 1980;

S. Abita – M.A. Fusco, Garibaldi nell’iconografia dei suoi tempi, Rusconi immagini, Milano, 1982;

Garibaldi. Arte e storia, 2 voll., Centro Di, Firenze, 1982;

G. Garibaldi, Epistolario, vol. V (1860), a cura di M. De Leonardis, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988; 

A. Mario, La camicia rossa. Episodi, a cura di P.L. Bagatin, Antilia, Treviso, 2004.

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Scheda autore:

Giuseppe Monsagrati, ordinario di Storia del Risorgimento, ha insegnato alla Sapienza di Roma; è stato redattore del Dizionario biografico degli Italiani; è consulente scientifico dell’Istituto della Domus Mazziniana di Pisa e fa parte del Consiglio di Presidenza dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano con sede a Roma; è segretario della Commissione per l’Edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini; è responsabile scientifico del Comitato del Gianicolo e consulente del Museo della Repubblica romana e della memoria garibaldina (Roma); è consulente dell’Archivio storico della Camera dei Deputati. Collocato a riposo su domanda a partire dal 28 maggio 2010, dal 2012 è professore a contratto di Storia degli Stati nazionali europei presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma3.

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Thomas Scalera

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