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Il vestito nuovo

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Indosso un vestito nuovo, vecchio di millenni. A volte pesa troppo, altre sembra essere vento, capace di farmi volare. Ho il vestito della domenica, che metto anche gli altri 6 giorni della settimana. Spesso, tra le pellicce delle donne e gli smoking dei “signori” che mi circondano, il mio vestito nuovo appare come pigiama consumato. A me non frega niente. Io col pigiama potrei anche andare a ballare. Starei di certo più comodo. Oggi indosso un vestito nuovo, che sa di divisa. Ne sento il peso. Ne porto gli stemmi, come fossero cicatrici indelebili al corpo che ne ha vissuto le cause. Da tempi immemori la nostra specie ha cercato di proteggersi dal freddo e dalle intemperie del mondo in cui vive. Tra tante cose, la prima che ha sortito effetto durevole ed efficace, è stata il coprirsi. Vestirsi come segno di “resistenza” al mondo intorno. Alle avversità del cosmo. Al cosmico vagare. Eppure non confondo il nesso tra la purezza di un gesto che mira alla salvaguardia di un mondo e quello che a tale mondo ammicca con malizia per distruggerlo, definitivamente. Il mio vestito non provoca né prevarica, non ha diamanti né fili d’oro, non puzza di sangue né profuma di vanità. Il  mio vestito, al massimo, può essere sudato, per colpa delle braccia che lo indossano, le stesse braccia che zappano la terra da cui trarre sostegno, nutrimento e vita. Il mio vestito non ha colori sofisticati, ma possiede tutti i colori della natura. Mi è confortevole nel movimento ed utile nel riflettere. Mi sostiene come busto quando i colpi della tempesta della corruzione tentano di ledere la mia integrità, così come si trasforma in ali quando c’è necessità di librare al di sopra del marcio richiamo dell’immondo mondo. Inutile volerlo classificare … il mio vestito non partecipa alle competizioni convenzionali dell’apparenza. Non si può definire né inquadrare, se non secondo canoni e parole che hanno fatto il loro tempo, per chi rimane nel dominio invertebrato a cercare ragione e definizione, per ciò che invece ne sfugge le leggi non scritte. L’ho dovuto aggiustare più volte, altre ci ho messo toppe e pezze, altre ancora l’ho lavato alla fonte più pura di un’alta montagna, solo per il gusto di respirare aria sana. Ma l’ho sempre fatto nell’interesse del mondo, mai per vanità personale. E se anche, in alcuni momenti, il mio essere istrionico si è pavoneggiato di esso, mai mi sono lasciato coinvolgere nelle sfilate della mondanità più appiattita e subdola, in cui ognuno si improvvisa stilista di potere. Mai mi sono svenduto come fossi un manichino. Non è il vestito a imporre a me i suoi passi, sono io a dettarne i  movimenti, secondo l’umana sapienza, l’umana volontà, il buonsenso. Il mio vestito nuovo si riconosce da lontano, ed è uguale a molti altri, anzi identico. È sobrio nella sua semplicità e funzionale nelle sue caratteristiche. Non teme il freddo né il caldo, è adatto ad ogni tipo di condizione. Sia che riguardi l’ambiente intorno che gli stati d’animo di chi lo indossa. Riscalda corpo e anima, se il freddo scuote la materia o lo spirito. Ma sa anche raffreddare la rabbia, trasformandosi in consapevolezza. Non teme la battaglia né il riposo meritato, semplicemente li distingue. Sa farsi capire anche da chi non parla la mia lingua, perché è con le movenze dell’uomo e dell’umana solidarietà che interpreta il dialogo. Oggi indosso un vestito nuovo, a cui so che non potrei rinunciare. È stato indossato da figlio e padre, fardello e liberazione, guerra e pace, salita e discesa, ira e gioia, forza e debolezza. Ha vissuto armonie e caos, ha aiutato e denunciato, ha urlato e sussurrato. Milioni di volte ha attraversato gli oceani, altrettante ha percorso le lande desolate di un mondo che non è più né giovane né forte, ma resta come un eterno “forse”, a farsi beffe dei suoi inquilini. Traggo soddisfazione dal mio vestito, perché mi ricorda chi sono, senza doverlo guardare, mi basta sentirlo addosso. È scorza ed involucro, trasparente ed opaco contemporaneamente, a seconda degli occhi che lo guardano. Eppure in troppi utilizzano i loro vestiti per mascherare la loro anima marcia, il marciume dei loro intenti. In troppi si affidano al dio minore dell’apparenza per adulare e conquistare quello del potere, del dominio, della sopraffazione. In troppi continuano a strisciare ai piedi di subdoli individui, per il sol fatto di pensare di poterne ricavare qualche vantaggio. Seguono le “giacche” di chi li prende per il culo, calpestando l’altrui dignità. Divenendo così la linfa vitale di quello stesso sistema che invece contrasto, senza remore, senza indugi, senza pensarci 2 volte. Perché non ci si può fermare a riflettere quando in ballo c’è il futuro della nostra stessa specie, delle nostre discendenze, dei nostri figli. A chi indossa le maschere della falsità rispondo mostrandomi, mettendo in bella mostra il mio vestito nuovo. A chi si arroga il diritto di perseguire la corruzione, vestendosi d’autorità estorta, io non faccio altro che interferire nei suoi diabolici piani camminando in strade di luce, che mettano in risalto il mio vestito nuovo. Intanto sono in molti a chiedermi “ma chi te lo fa fare?”; sono troppi quelli che lascerebbero volentieri le cose così come stanno. L’importante per queste amebe è non essere “ultimi”, perché nel loro mondo si accontentano di adulare gli dei ottusi di un ottusa materialità, in cambio delle briciole, svendendo la propria dignità, la propria identità, la propria libertà. Ci sono quelli che credono che questo stato di cose sia praticamente immodificabile, eterno, graniticamente precostituito. Per loro è “normale” il puzzo della mafia, la corruzione nei pubblici uffici oppure negli stessi palazzi che tale corruzione dovrebbe contrastare a spada tratta. La miseria in cui ci limitano il vivere porta spesso a scegliere l’opzione dell’alternativa malavitosa. Ad ogni livello. In ogni dove. Sempre e ovunque. Dalle piccole alle grandi cose. Dalle piccole alle grandi cosche. Essi sono gi stessi che hanno avuto la possibilità di cambiare vestito molte volte, a seconda dell’opportunità dettata dalla convenienza. Essi sono quelli per colpa dei quali si continua in una lotta che sembra impari, a tratti inutili, ma senz’altro necessaria. Almeno per la mia coscienza. Essi sono maiali grassi travestiti d’oro, che ingurgitano le umane virtù degli altri per assoldarli al proprio servizio. Essi sono la minaccia che impone omertà e il ricatto che pretende obbedienza. Essi hanno un guardaroba fornito per ogni occasione. Si insinuano in modo evidente e sfacciato all’interno di ogni angolo del sistema. Hanno imparato a parlare secondo i “canoni convenzionali”, con il solo scopo di sottomettere la democrazia e trarne personalissimi vantaggi. Hanno violentato l’intelligenza umana con la loro colta stupidità ed arroganza, le terre dove vivono con l’interramento di materiale tossico a loro stessi e ai loro stessi figli, la bellezza tutt’intorno con la loro saccenza. In un “reame” in cui pretendono riverenza, sottomissione, obbedienza e lealtà. Che ridere! I loro “patti” che prevedono lealtà! Ahahahhahahaha… ! Proprio coloro i quali sono venuti meno all’unico patto dovuto e voluto tra uomo ed uomo e tra uomo e natura, ora sono quelli che parlano di lealtà. Fanno ridere, oltre a fare letteralmente schifo! Ingrassano nei loro vestiti bagnati nell’oro e nel sangue, costellati di diamanti, mentre intorno crescono le schiere di sudditi più o meno consapevoli alle loro dirette dipendenze. Caini della razza umana! Intanto, come dicevo, oggi indosso un vestito nuovo, e ne sono felice. Di certo non  mi porterà vantaggi, semmai il contrario. Non attirerà ammirazione ma solo disprezzo, e di ciò non m’importa. Non mi farà fare salti di carriera né mi darà la possibilità di entrare nelle “stanze dei bottoni”, semmai mi marchierà a vita attirando repulsione da chi quelle stanze amministra e governa. Però di una cosa sono certo: il mio vestito nuovo potrà essere passato di “moda” da una vita, ma di certo non passerà mai inosservato. E sarà il vademecum per chiunque lo indossi, a non tradire la propria umanità, nonostante l’uomo. A preferire l’essere all’avere, e ad avere consapevolezza della propria essenza. Una lotta non è tale se non si ha coscienza di se stessi e delle proprie risorse. E questa è una di quelle lotte davvero ardue. Però, per chiunque voglia indossarlo, ci sarà sempre un vento nuovo a sorreggere le sue azioni, che sposta, seppur di poco, quel tanfo di merda che tutto corrompe chiamato malaffare. Oggi indosso un vestito nuovo, che alla fine è la mia pelle. Pelle d’uomo che non ha colore né odore, e che venderò cara sul campo di battaglia. Io nudo ma vestito di determinazione e dignità, contro chiunque continui a ledere la “bontà” della sua stessa specie. Oggi ho un vestito nuovo … che hai pure tu!

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