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Una grammatica sessista: tra maschilismo e femminismo

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Mi piacerebbe parlare con voi della questione del sessismo nella grammatica italiana. Se la sintassi è lo studio delle funzioni proprie della struttura di una frase, la grammatica è l’ insieme delle regole concordate dai parlanti una stessa lingua. Quanto queste regole sono state realmente concordate all’ unisono? Quanto sono codificate ed immutabili? A livello lessicale, perché il termine “maschilismo” ha una accezione negativa, mentre “femminismo” positiva? Prima di procedere col motivo di questa “squalifica terminologica” vi racconto un aneddoto che ha radici da qualche parte non bene identificata qui sul web. Purtroppo la velocità con cui viaggiano le informazioni e la possibilità, più o meno aperta a tutti, di avere non dico un momento di notorietà ma quantomeno di visibilità condiviso, è molto diffusa e il rischio in cui si incorre è di non riuscire facilmente a reperire la stessa informazione in momenti successivi. Se colui di cui parlo si ritroverà a leggere queste righe e si identificherà come autore, avrei piacere di ascrivergli il merito di essermi funto da…vorrei dire “musa” ma si trattava di un uomo. Dovrei dire “muso”? Diciamo semplicemente che mi ha ispirato e non se ne parla più e così, per buona pace della grammatica italiana, possiamo già cominciare ad affermare che non è sempre così maschilista. O almeno che a volte è ambigua, ma in maniera bilaterale.
L’ autore X raccontava di star leggendo una favola alla sua figlioletta quando quest’ ultima interviene dicendo: “E quindi poi lo STREGO…” A quel punto il padre narratore, da buon educatore, avrebbe dovuto interrompere la bimba e dirle che “non si dice strego, si dice stregone”. Tuttavia, trovando ingiusto che per identificare una strega di sesso maschile si dovesse utilizzare l’accrescitivo “stregone”, come a volerne sottolineare la forza, la potenza e la grandezza, preferì lasciare invariate le cose e non sottolineare quell’ errore, cosicché la figlia non crescesse con l’ implicita convinzione che i maschi sono più grandi, che sono il “sesso forte”. Se diciamo “strega”, dovremmo poter dire anche “strego”, per par condicio. Ovviamente da genitori avremmo avuto, penso, più o meno tutti, riflessivamente, una reazione del genere. Almeno ci auspichiamo che sia più diffusa di quanto sembri una tale sensibilità. Perché di sensibilità si tratta, visto che il linguaggio è il nostro tramite sul mondo, il mezzo filtrante le nostre idee, giudizi, impressioni e pensieri, nonché quello attraverso il quale tutto ciò trova concretezza e si riversa all’esterno. Noi siamo quindi chiamati a farne un uso attento, consapevole e preferibilmente non discriminante.
In tanti aspetti la grammatica ha mostrato di essere maschilista. Ne sono un esempio conclamato tutte quelle professioni il cui equivalente femminile è difficilmente rintracciabile, laddove esiste. Si dice la segretario, la segretaria o la segretaressa (sì, si rischiava di dire segretaressa)? Questo è un dilemma tipico di qualche anno fa. Allo stesso modo per la sindaco, la sindaca o la sindachessa. Questo per quanto riguarda le cariche istituzionali, ma tanto c’è da dire anche sulle forze dell’ ordine. Professioni come soldato, maresciallo, colonnello, prefetto e capitano si declinano ancora difficilmente al femminile. Che ne dite di la avvocato, l’ avvocata o l’ avvocatessa? Per il femminile di vigile che è vigilessa il discorso è strano. Se vogliamo ricondurre tale professione all’ aggettivo qualificativo “vigile”, nel senso di attento, esso è invariato al maschile e al femminile. Una persona (sostantivo femminile) è vigile, non vigilessa.
Per le professioni che si ispirano al participio presente dei verbi, il femminile dovrebbe risultare invariato e dovrebbe cambiare solo l’ articolo determinativo, come nel caso di dirigente. Fanno eccezione studente e presidente. Perché ? Il participio presente non ha genere, è una ridondanza inutile? Un voler sottolineare per il solo fattore di principio la questione del genere? O un modo per rivendicare strenuamente una parità che, se esiste (e non è ancora tout court) ha dovuto comunque stentarsi le sue conquiste?
Al di là delle professioni, per cui, talvolta, ammettiamolo, nell’ operare una differenziazione di genere, ce ne usciamo con sostantivi improponibili, perché per indicare un essere umano, usiamo il termine “uomo”, anche se si tratta di una donna?
Se vogliamo essere ulteriormente pignoli, ricordiamo altresì che se vogliamo concordare gli aggettivi con i nomi, lo facciamo sempre al maschile. Diremo infatti “i bambini e le bambine sono belli”. Eppure la regola latina della “prossimità” vorrebbe che l’aggettivo si concordasse col genere del sostantivo più vicino, che nel mio esempio (bambine) è femminile. E, quindi, non ci siamo. Un’altra regola aurea è quella della “inclusione”. Se ad una pubblicazione partecipano sia uomini che donne, devo dire “gli autori e le autrici” e non solo, genericamente, “gli autori”. In questo modo non diamo la giusta rappresentanza alla categoria femminile. Facciamo un esempio concreto di questa mancanza di democrazia. Ne sanno qualcosa le donne che chiedono ai propri compagni cosa abbiano fatto quella sera in cui non si sono visti e la risposta è “Ho preso una birra con gli amici”. Poi se in un gruppo di 20 persone, 18 fossero femminucce e i maschietti solo 2, poco importa. Si dice comunque “amicI”. Scusate la punta di sarcastico dissapore, ma dove sono la maggioranza e l’ inclusione?
In favore dei maschi possiamo dire che non esiste l’ equivalente maschile di estetista. Certo non diciamo estetisto, e se diciamo truccatore non è la stessa professione. In generale siamo portati a pensare che l’ estetista sia donna, ma è un luogo comune. Allo stesso modo non esiste il muso ispiratore citato all’ inizio, per la convinzione bizzarra che un uomo non possa ispirare una donna. Mica è vero?
Anche casalingo suona un po’ male, ma se il correttore me lo fa passare, deduco che sia entrato in uso. Del resto, perché un uomo non dovrebbe saper fare le pulizie e tirare avanti una casa? Pensiamo, anche, al termine “mammo” che è diventato sempre più frequente nell’uso corrente e che pure ha una sfumatura discriminatoria. Perché non “babbo” o “papà”? Cosa ha in meno, o non sa fare altrettanto bene di una mamma, un papà? E poiché di questa cosa siamo convinti, solo laddove rintracciamo una bontà anche nella figura paterna nello svolgimento del suo ruolo genitoriale, gli diciamo che è un “mammo”. Cosa aveva, una malattia congenita ed incurabile che gli impediva di sentire la paternità allo stesso modo in cui una donna sente la maternità? Chiaramente anche questo è un pregiudizio, illogico ed ingiustificato.
Probabilmente l’evolversi del linguaggio procede parallelamente col manifestarsi nella società di nuove forme di espressione e, in questi specifici casi, col rivestire ruoli che prima erano ascrivibili (erroneamente) ad uno solo dei due generi. Prima le donne stavano a casa, a pulire, rammendare e crescere i figli e gli uomini andavano a lavorare. Oggi, per la parità, sappiamo che può accadere tranquillamente e senza discriminazione anche l’inverso. Gli uomini possono educare in maniera eccelsa i figli, le donne portare la pagnotta a casa. Che poi se entrambi fanno ambedue le cose e ci si spartisce oneri e ricompense, male non è. Che crescere i figli è dura tanto quanto portare a casa uno stipendio dignitoso.
Ma oggi i padri che crescono ed educano i figli si devono chiamare papà, non mammi.
Allo stesso modo, oggi, le donne che rivestono delle cariche necessitano di una nuova nomenclatura. E non venite a dirmi che è una polemica sterile o inutile. No, perché è dal lavoro che comincia l’ emancipazione femminile.

Per rispondere alla domanda iniziale, il maschilismo ha un’accezione negativa probabilmente perché è sempre stato inteso come modo di primeggiare, soggiogare, sovrastare, prevaricare sul genere femminile. Non è solo affermazione, è affermazione su qualcun altro, ritenuto più debole ed inferiore. È assoggettamento. Anche nel linguaggio si manifesta questa insubordinazione, lo abbiamo visto insieme.
Il femminismo ha invece un’accezione positiva perché non mira alla sudditanza o alla superiorità, punta alla ri-affermazione, a riemergere, a rivendicare diritti che alle donne appartengono tanto quanto agli uomini, a disincrostare i pregiudizi ancora dilanianti nella società e di cui esse sono state (e talvolta sono ancora) vittime, a ripristinare uno statuto di parità e pari opportunità e a smuovere l’ asse del sistema da quell’ androcentrismo che, in maniera sottile, ancora si insidia. A partire dal modo in cui parliamo. Come disse il professor Keating nel film “L’ attimo fuggente” : “Parole ed idee possono cambiare il mondo”.
Questa è solo un’ opinione. L’ evoluzione storica dei fatti, delle conquiste piccole e grandi del femminismo, vanno ben oltre l’ introduzione lessicale di terminologie che si riferiscano anche al genere femminile. Sottolineare la potenza di queste lotte, per quanto blande e superflue possano suonare ai più, evidenziare la necessità di perseverare in questa direzione e di non dimenticare quanto faticoso sia stato uscire da un impasse di subalternanza sono modi per non ricadere nelle trappole intessute da un sistema che ancora fatica a liberarsi, del tutto, da un certo patriarcato.

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