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Vita: libertà o sicurezza?

DiThomas Scalera

Apr 13, 2017

L’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ci mette in contatto con quanto di più
“radicato” e “radicale” appartiene alla sfera delle tutele: “OGNI INDIVIDUO HA DIRITTO ALLA VITA, ALLA
LIBERTA’ ED ALLA SICUREZZA DELLA PROPRIA PERSONA”.
Presupposto e postulato di tale enunciato è “l’ambiente” nel quale ogni individuo “esiste”: lo Stato.
E se da un lato parliamo di diritto dell’uomo, dall’altro si rimanda al “dovere” delle istituzioni che tale
diritto venga tutelato e garantito.
Prima di addentrarci sulle responsabilità dell’apparato statale è giusto ed opportuno analizzare nel
dettaglio l’articolo stesso. Non è un caso che i termini “vita,libertà e sicurezza” siano stati messi insieme,
essi, seppur apparentemente in contraddizione (libertà e sicurezza sembrano spesso, soprattutto negli
ultimi tempi, pesi inversamente proporzionali), identificano il concetto più generale di “spazio vitale
dell’individuo”, dove le libertà economiche, politiche e sociali si mescolano al diritto alla casa, inteso come
“focolare”, e alla “serenità” ad esso collegata.
Gli inglesi utilizzano due termini per identificare tale concetto: “house”, per indicare la casa materiale e
“home”, per identificare il senso dell’appartenenza parentale o più semplicemente il “nucleo domestico”
contenitore di affetti, speranze e vissuto comune.
Tale distinzione avalla e meglio ci lascia comprendere la questione “SICUREZZA” . Entrando nel merito, atti
quali l’intrusione e il furto all’interno delle proprie abitazioni, non solo ledono l’aspetto materiale della
“famiglia” (beni di valore materiale e\o affettivo) ma anche, se non soprattutto, l’aspetto psicologico.
In un misto di rabbia, impotenza, frustrazione e angoscia che in un primo momento travolgono le vittime di
tale tipologia di crimine, sopraggiunge il senso di “INSICUREZZA” appunto e di “abbandono” a se stessi.
Troppo spesso a tale condizione si risponde con la volontà, più o meno conscia, di provvedere a “farsi
giustizia da soli”, con tutto ciò che tale scelta potrebbe comportare.
Troppo spesso, se non sempre, potremmo riassumere lo stato emotivo che permea le persone dopo un
evento del genere con una sola frase : “NON SI VIVE PIU’”!
Ed ecco spiegato il motivo per il quale, a mio avviso, l’articolo tre racchiude vita, libertà e sicurezza.
L’assenza di una sola di queste condizioni stravolge di fatto anche le altre, inevitabilmente.
E quindi in questo momento storico della nostra esistenza non è plausibile fare richiesta della sola
“sicurezza” personale, ma anche del diritto alla vita e alla libertà che, senza il connubio degli altri fattori,
non sarebbero realmente fruibili.
Ora, se è vero com’e’ vero che le persone formano in quanto cittadini un insieme che, almeno in teoria, si
autodefinisce Stato, in risposta alla partecipazione democratica col voto e all’esigenza di “autoregolarsi”
con diritti e doveri, allora è sacrosanto che ogni individuo deve vedersi garantire tali diritti, senza venir
meno ai propri doveri che, ad ogni modo, formano condizione per la presenza dei primi!
Sarebbe lungo e artificioso ora entrare nel merito della “perfettibilità” dell’apparato statale, della
corruzione dilagante, della malavita prorompente e della negazione più o meno volontaria delle libertà
personali, sia a livello locale che nazionale e mondiale, ma è doveroso e decoroso sottolineare che il grado
di civiltà di un popolo, sempre a mio modesto avviso, si può calcolare col grado di “felicità” che tale popolo
possiede; indicando in tale concetto l’accesso non solo al lavoro e quindi all’autonomia e alla libertà, non
solo a una sanità di qualità e gratuita, non solo all’accesso alla educazione civica e alla cultura, al sapere,
alle arti, ma anche alla “soddisfazione” e alla possibilità concreta di vivere la propria famiglia, di vivere il
proprio “focolare” domestico in condizioni salubri sia dal punto di vista delle libertà che della sicurezza.
Uno Stato che non investa energie e progettualità in tal senso non solo è uno stato “infelice” ma è uno
stato facilmente corruttibile, forte coi deboli e debole coi forti.
E qui non c’e’ razzismo, xenofobia o ideologia contorta che tenga: quando parliamo di “crimine” stiamo
parlando di un atto assolutamente “condannabile”, a cui deve seguire la pena, senza se e senza ma.
Ecco perché credo sia giusto avere a fuoco quali sono i reali “bisogni” di “ogni” individuo… di “ogni”
persona!
Sappiamo che non può essere la giustizia personale a risolvere nella fattispecie questo grave problema, ma
sappiamo anche che, proprio per scongiurare conseguenze catastrofiche e a tutela della salute psichica e
fisica dei malcapitati cittadini, occorre “intervenire” massicciamente e concretamente per debellare tali
avvenimenti.
Perché quando si urla “non si vive più”, non solo muore il senso di libertà e sicurezza di ogni essere umano,
ma anche la fiducia verso quello Stato per il quale ci si è costituiti “cittadini” e che tali diritti ha il “dovere”
di tutelare!

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Thomas Scalera

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