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L’umana speranza … !

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C’erano una volta Tizio, Caio e Sempronio. I tre avevano deciso di cambiare il mondo. Semplicemente questo. Né più, né meno. Un giorno si accordarono su un fatto: prima di iniziare a cambiarlo, occorreva conoscerlo. Così partirono per quello che doveva essere il viaggio più fruttuoso per l’intera razza umana. Organizzarono tutto nei dettagli: paesi da visitare, giorni di permanenza, incontri da avere e anche le variabili che avrebbero potuto far perdere più tempo del previsto o far variare i propri piani. Una sola cosa non avevano calcolato che poi avvenne: il naufragare su un’isola deserta, nei pressi del nulla, senza possibilità di poter fare altro che sperare di essere salvati da ipotetici, per quanto improbabili, soccorritori, o barche di passaggio. All’inizio le cose non andarono tanto male. Riuscirono a costruire un riparo decente, perlustrarono la zona e si accorsero che c’erano molte piante da frutto. Caio era bravo ad arrampicarsi e a coglierne i doni anche più alti. Tizio invece, più grassottello e meno agile degli altri due, era bravissimo nell’arte di cucinare tali frutti, anche in condizioni così avverse. Sempronio invece era bravissimo nel nuotare e nell’immergersi alla ricerca di pesci, crostacei e tutto ciò che di commestibile offriva l’immensità delle acque tutt’intorno. Passarono i giorni e poi i mesi, il rifugio prendeva sempre più l’aspetto di una vera casa, le attrezzature alla buona di un primo momento divennero sempre più funzionali e sofisticate, seppur nei limiti imposti dalle circostanze, e la vita proseguiva inesorabilmente velata da una necessità di sopravvivenza che non lasciava trasparire la delusione per il mai iniziato viaggio. Prima di cambiare il  mondo i tre amici dovevano pensare a sopravviverci, per ora. Passarono così i primi sei mesi, l’esasperazione era tangibile. Spesso la si poteva toccare con lo sguardo posato su uno dei tre soggetti a caso. La si ascoltava dal timbro della voce di uno dei tre. La si captava dai prolungati silenzi di Sempronio, dalle urla isteriche di Caio, o dalle lacrime fanciullesche di Tizio. C’erano anche momenti buoni, anzi diciamo che durante il primo anno di permanenza sull’isola, erano la maggioranza. I nostri amici erano persone intelligenti, ragionevoli, colte e avevano, chi più chi meno, ma in misura al di sopra della media, una buona dose di pragmatezza. Passò anche il primo anno, e qualcosa di inaspettato stava per concretizzarsi. Purtroppo la natura, tanto benigna nei primi periodi, si stava mostrando per quello che in realtà nessuno dei tre si aspettava. Erano stati già fin troppo sfortunati, seppur ancora vivi e sani fisicamente e mentalmente, ma ora qualcosa che andava al di là della loro comprensione razionale e al di sopra delle proprie esperienze stava per accadere. Gli alberi da frutto, per motivi a loro ignoti, iniziarono a non far crescere più nulla, se non  una sola specie di frutta rotonda, simile a un cocco, che però diventava sempre più esigua. Dall’altro lato il pescato era pressoché inesistente, fino a diventare niente . Inutile che Sempronio si immergesse, non vi fu più nulla da pescare, a un certo punto. Ad aggiungere problemi su problemi, mancanze su mancanze, ci fu il fatto che i menzionati frutti andavano cucinati con mestizia ed arte. In questo Tizio era bravissimo. Anche perché occorreva riuscire a recidere un pezzo all’interno degli stessi che, come avevano avuto modo di appurare, era velenoso. Nonostante questo cambio di condizioni, che aveva imposto una rigidità e una disillusione sempre maggiore, i tre continuavano ad andare avanti. Si sottolinearono tuttavia degli scontri sempre più accesi. Iniziarono anche a verificarsi episodi “eticamente scorretti” tra di loro. Cosa che prima mai e poi mai avrebbero potuto pensare potesse accadere. Venne sempre meno la reciproca fiducia. Si iniziò a dubitare l’uno dell’altro. Tutto era spinto dalla sopravvivenza. Ma mentre prima era una “sopravvivenza di gruppo”, solidale, collegiale e armoniosa, ora stava diventando sempre di più una questione personale. Insieme non per solidarietà ma per necessità di reciprocità. Insieme perché altrimenti sarebbe stato più difficile sopravvivere. In questo clima di diffidenza, Caio e Tizio furono quelli che più di Sempronio iniziarono a modificare i propri atteggiamenti e i propri sentimenti. Una furbizia mai avuta prima, un menefreghismo acuto nei confronti di Sempronio, colpevole, secondo i due, di non essere “utile” alla causa quanto loro, perché incapace di raccogliere o di cucinare i frutti che erano diventati l’unico sostentamento per tutti. Iniziarono episodi di egoismo in cui, approfittando delle ormai inutili e purtroppo infruttuose immersioni di Sempronio alla ricerca di fauna e flora ittica scomparsa, Tizio e Caio mangiavano da soli e di nascosto anche la parte destinata all’altro. Sempronio iniziò ad essere sempre più debole. Le scorte di cibo diminuivano vistosamente. La situazione era diventata realmente insostenibile. Di certo non sarebbe stato facile proseguire in questo modo per molto tempo ancora. Si giunse a un grado massimo di pochezza quando Caio convinse Tizio (in verità senza dover insistere più di tanto) che, se volevano sopravvivere, dovevano scientemente diminuire le razioni di Sempronio appannaggio di loro due. “D’altronde siamo noi che facciamo tutto il lavoro di raccolta, pulizia e cucina”, diceva Caio mentre Tizio aggiungeva che “semmai qualcuno ha il diritto di sopravvivere, quelli siamo io e te”, rivolgendosi al suo compare. Sempronio era sempre più debole ma continuava lo stesso ogni giorno e con costanza ad immergersi, nella vana speranza di un miracolo che non accadeva. Era in quei momenti che si compiva il tradimento. Era in quei momenti che Tizio e Caio consumavano il vile pasto destinato all’amico. Sempronio non si accorse mai di ciò che stava accadendo, non immaginava l’egoismo dei suoi amici, anzi una mattina, preso da una lucida disperazione, decise di tentare un’ ultima carta. L’indomani si sarebbe tuffato e avrebbe nuotato fin dove avrebbe potuto, alla ricerca di una nave, di un’altra isola, di una speranza. A sentire questa decisione gli altri furono ben lieti di mostrarsi “gentili” e generosi, dando l’opportunità a Sempronio di mangiare più del solito, dicendo che era giusto si mettesse in sesto per la traversata. Furono anche tanto ipocriti da fingere un dispiacere immenso un attimo prima della partenza, e quasi piansero quando si fecero promettere che, una volta accortosi di non poter andare più oltre, Sempronio avrebbe provveduto a tornare indietro. In realtà l’unica cosa che riuscirono a pensare fu che si sarebbero tolti il peso di una terza bocca da sfamare. L’indomani Sempronio partì. In cuor suo sapeva che non sarebbe tornato indietro. Avrebbe nuotato fin dove le energie glielo avessero consentito. Fino alla fine. La sua o del viaggio intrapreso. E così fece. Fino a che non chiuse gli occhi, perse i sensi, e iniziò ad inabissarsi lentamente in acque sconosciute, senza patria né confini. Quando, dopo circa un mese, due uomini che tali più non erano, magrissimi, affamati ed esasperati, videro arrivare una imbarcazione verso di loro, quasi pensarono a un’allucinazione. Piansero nel rivedere Sempronio. Chiesero scuse sincere per colpe che l’altro nemmeno sospettava. Furono grati alla vita e all’amico che non li aveva abbandonati, nonostante si fosse salvato, nonostante la difficoltà del ritrovarli. “Ve l’avevo detto che ce l’avremmo fatta”, disse Sempronio che nel frattempo aveva già perdonato gli altri due per quanto confessato. Anzi, non ci fu neanche bisogno di perdonarli, perché si accorse di averli compresi, giustificati, amati. E questo era quanto. Ora, salvi da una morte certa, potevano finalmente iniziare il loro viaggio. Stavolta però sapevano che, almeno un mondo, erano riusciti a cambiarlo. Il “loro” mondo. Fatto di limiti umani, ma anche di tanta, immensa speranza nell’uomo stesso.

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