Lun. Set 23rd, 2019

V-news.it

Quotidiano IN-formazione

Trentola Ducenta. Strage in città, lo psichiatra Cucchi: “Caso di sequestro emotivo”

5 min read
Michele Cucchi, psichiatra
Michele Cucchi, psichiatra

TRENTOLA DUCENTA. Lo sterminio della famiglia di Trentola Ducenta, Caserta – da parte della guardia carceraria che dopo una lite è entrato in casa dei vicini uccidendo a colpi di pistola padre, madre e il figlio e. poi anche l’autista del camion – per una banale discussione per un parcheggio, va ad allungare la tragica serie di gesti efferati che hanno contraddistinto le pagine di cronaca nera di quest’estate violenta. L’esperto psichiatra Michele Cucchi, Direttore Sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano ed autore del libro ‘Vincere l’ansia con l’intelligenza emotiva’, dà una spiegazione all’infanticidio dal punto di vista psicologico.
“In una società dove prevale l’io sul ‘noi’ può capitare più spesso che l’eterno dissidio interiore fra pensiero e riflessione, contrapposti all’emozione e all’impulsività, venga vinto dai secondi. Ci sentiamo spesso esasperati: tutto è fonte di stress, dal lavoro alla famiglia, passando per le responsabilità e le aspettative che sentiamo pesare sempre di più sulla testa. Purtroppo, inoltre, alcune persone vivono senza saper reagire questi momenti terribili, nei quali vengono sequestrati dal proprio cervello emotivo: arma tanto potente quanto terribile quando fuori controllo, anche se per pochi fatali attimi.
Forse il clima tutto fuorché stabile – continua il dottor Cucchi – forse l’esasperazione di certi momenti della vita, come quelli che una crisi sociale ed economica come la nostra pone all’ordine del giorno. Il motivo di questi gesti efferati va ricercato anche nei momenti apparentemente banali del quotidiano, come il posto auto. Oggi questi avvenimenti sono sicuramente segno di un forte disagio.
Infine lo psichiatra pone l’accento sui modelli educativi in uso nella società moderna: “E’ proprio il nostro modello educativo che spinge le persone verso una conformata, e del tutto presunta, normalità. Senza spazio per l’imperfezione, senza risorse per la frustrazione e al continuo inseguimento di stereotipi di adeguatezza, questo modello spinge gli individui a non fare i conti con alcuni aspetti comunque presenti dentro di noi come in tutti gli esseri viventi: parliamo di bisogni primari, come la necessità di un lasso di tempo per il completamento dei processi di adattamento, e della fallibilità, insita nel processo di apprendimento e necessaria alla crescita. Viviamo in una società raffinata, evoluta, intellettuale, emancipata, la cultura è ormai un dominio pubblico, ma ancora siamo afflitti da mali che sembrano di altri tempi, segni di inciviltà, di barbarie, di ignoranza. L’odio verso il più debole, la rabbia e la violenza verso il diverso, il sopruso verso chi non si conforma. Tutto questo siamo noi, basta leggere i giornali. Forse dovremmo avere un atteggiamento meno “moralista” nei confronti della violenza, renderci disponibili ad analizzare prima di giudicare, qualcosa che di fatto sembra inquietante ma che ha bisogno di essere capito.
La definizione di violenza è quella di atto che mediante l’abuso della forza costringe l’altro ad agire o a piegarsi, secondo la propria volontà. In questo senso, nella natura degli esseri viventi la violenza è un correlato comportamentale fisiologico, normale potremmo dire, di un’emozione primaria, la rabbia, che anche l’essere umano condivide che le altre specie viventi.
A chi sostiene che la cultura dovrebbe essere un antidoto per gli agiti di violenza, va ricordato che l’eterna lotta fra emozione e ragione, impulsività e riflessività, non ha trovato una soluzione e anzi, è connaturata all’essere umano, non è segno di evoluzione del medesimo l’abbandono di azioni impulsive ed emotive, ma spesso anzi le azioni più intelligenti si prendono seguendo la pancia. Ormai ci sono numerose tesi neurobiologiche a sostegno di questo.
Va ricordato come solo poche, una minoranza, delle azioni violente della cronaca nera, siano figlie di una mente sofferente, clinicamente malata, inquadrabile in un disturbo psichico. A comprova di questo sappiamo che molte persone che possiamo definire dotte, colte, sono protagonisti di atti di violenza premeditata, chirurgica, Macchiavellica, permeati spesso da un fondo di sadismo. E’ pur vero che gli atti di violenza eclatante, impulsiva, folle, che leggiamo nelle pagine di cronaca nera riguardano spesso persone di cultura medio bassa e questo dato è sostenuto dalle statistiche.
Quindi possiamo dire che viviamo in un mondo violento, fatto di esseri violenti, aggressivi se preferite, per natura, ma anche in una società che forse, alimenta la violenza. Come? Esiste un problema di autoreferenzialità e individualismo della nostra società in cui l’altro è sempre un ostacolo alla propria libertà e autonomia, più che un’opportunità di evoluzione e crescita personale. Esiste quindi un problema di tolleranza delle differenze che, forte dell’assunto sociale ” io prima di tutti”, è generatore di violenza. E’ il problema che, magari senza agiti fisici eclatanti, viviamo nelle aziende tutti i giorni: quello della cultura dominante che schiaccia le culture minoritarie, fatte di pensieri, modelli operativi diversi, e li, l’aggressività, può essere uno strumento di leadership. Esiste infine un problema insito nella nostro rapporto con i media. La spettacolarizzazione della violenza ed il bisogno di entrare nella vita degli altri, attraverso finestre, telecamere. Tutto ciò fa si che lo splatter faccia notizia e più se ne parla in modo trash più l’informazione diventa virale.
Ma dove è lo spazio della riflessione? Della meditazione? Dell’analisi dei fatti e della comprensione? Non c’è. Oggi spendiamo tutto il tempo che ci rimane ( tolto il nutrirci, il dormire, e poco altro, visto che l’attività sessuale è in calo) connessi a ricevere micro informazioni da Grande Fratello, sollecitati e sollecitando un ping pong, forse più un flipper come metafora rende l’idea, di scoop, di post, di selfie, insomma di chiacchiere da bar e pettegolezzi, dove l’informazione più che cultura e approfondimento è e curiosità e pettegolezzo. Non possiamo dire di lasciare molto spazio al pensiero libero, quindi il nostro cervello ne risente. Ci è più difficile essere pazienti, caratteristica per nulla innata ma facoltà da allenare costantemente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Open