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Violenza di genere e in genere: stupro “a tempo” e riforma stalking

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È di pochissimi giorni fa il caso della scarcerazione dell’uomo di 51 anni che ha fatto irruzione nella guardia medica di un paese in provincia di Bari, stuprando la dottoressa che vi faceva servizio notturno. Motivo? La querela della donna è partita troppo tardi. Per la legge italiana infatti, dopo i sei mesi dall’aver subito una violenza sessuale, diventa inutile denunciare. Proprio così. In pratica, l’aggressore non potrà essere processato per la violenza sessuale, pur restando que’ultima “fatto grave”. Fatto grave per il quale non si può far nulla. Nella stessa condizione si sono ritrovate tutte le denunce e querele fatte ai danni del registo Fausto Brizzi , dalle attrici o aspiranti tali che lo hanno accusato “in ritardo”. O meglio, dopo sei mesi dai presunti fatti. Ci si ritrova dunque in una condizione in cui i fatti sono talmente risalenti da non essere perseguibili. Non mancano ovviamente le parti che chiedono a gran voce una riforma di questo limite temporale, o in alternativa la procedibilità d’ufficio. Del resto, un reato tanto grave dovrebbe essere, appunto, processato d’ufficio. Senza vincoli né temporali né, di conseguenza prescrittivi. Si calcola che il tempo medio per una vittima di stupro di elaborare l’accaduto e passare eventualmente alla fase di denuncia sia di 8 mesi. Due in più di quelli previsti dall’attuale giurisdizione. Crediamo che, per una donna vittima di violenza, stuprata nell’anima più che ancora nel corpo, sentirsi rispondere che “non si può fare nulla” in seguito alla sua denuncia, equivalga a stuprarla 2 volte. O anche di più. Nelle more dei tempi di discussione della legge, molte associazioni e fondazioni, nonché parti politiche trasversali e sensibili al tema, chiedono quantomeno il raddoppio del tempo di prescrizione, portando a 12 mesi il termine ultimo per l’improcedibilità. Il ministro Orlando si dice “aperto a qualsiasi confronto e discussione, per valutare se sia necessaria una riforma legislativa in merito a un tema tanto importante”. Per ora però, l’unica cosa che è stata “abbozzata” nel contratto della Pubblica Amministrazione è la possibilità di licenziare i molestatori per via amministrativa, senza dover aspettare il processo. È pur vero che, almeno al primo “fallo”, è prevista, salvo casi gravissimi, una semplice ammonizione. Per l’espulsione, occorre purtroppo essere recidivi. Al limite continuando a lavorare nello stesso ufficio della vittima. Meditare e proporre in merito a questi temi, resta una delle priorità del nostro vivere civile. Ma quando tra chi è avvezzo a usare metodi sessisti ricadono propri quei parlamentari chiamati a legiferare in merito a tale argomento, i fatti si complicano e la paraculaggine aumenta. La violenza, per concludere, non è solo “di genere” ovviamente, ma anche “in genere”. Di certo non può essere trattata “in generale”, ma assolutamente occorre entrare nel merito. E nel demerito. Anche perché in media, nel mondo, una donna su 6 e un uomo su 19 diventano, nel corso della propria vita, vittime di stalking, spesso sul posto di lavoro.

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