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Un’opera di Caravaggio all’Expò di Milano: Le sette opere della Misericordia

DiThomas Scalera

Ago 29, 2014

Michelangelo Merisi da Caravaggio come i Bronzi di Riace, l’Italia dei campanilismi al tempo dell’Expo. Dopo la polemica legata alla volontà di esporre a Milano il prossimo anno i Bronzi di Riace, scelta che ha mandato su tutte le furie parte dei calabresi, anche Napoli finisce al centro di una “trattativa” per esporre un quadro di Caravaggio all’interno del padiglione della Caritas per l’Expo 2015. Il dipinto scelto per andare all’Expo 2015 è quello delle “Sette opere della Misericordia”.

Il Pio Monte della Misericordia è una delle più importanti e antiche istituzioni benefiche napoletane, di ispirazione cattolica, nata per l’esercizio delle Sette Opere di misericordia corporale, e che, ancora oggi, grazie alla generosità degli associati, esegue ininterrottamente la sua attività. L’Istituzione, fondata nel 1602 da sette nobili napoletani, ha sede nello storico palazzo, progettato dal regio architetto Francesco Antonio Picchiatti, che nasconde al suo interno l’elegante chiesa barocca a pianta centrale, dove si ammira, sull’ altare maggiore la grande tela di Caravaggio le Sette Opere di Misericordia e altri capolavori di pittura e scultura, come il dipinto di Battistello Caracciolo la Liberazione di San Pietro, tra le più alte testimonianze del naturalismo napoletano, e le statue allegoriche in facciata di Andrea Falcone. Al primo piano, le suggestive sale dell’appartamento storico custodiscono la preziosa Quadreria con il considerevole nucleo di dipinti e bozzetti di Francesco DeMura, artista del ’700 napoletano; ed inoltre opere di insigni pittori italiani e stranieri dal Cinquecento all’Ottocento, tra cui Ribera, Giordano, Pitloo, Stanzione, Vaccaro, Fracanzano, Santafede, van Sommer.

Il palazzo, la Chiesa e la Quadreria creano una unità inscindibile e costituiscono un insieme storico di grande efficacia, che consente di rivivere le atmosfere di questa antica istituzione benefica, esponendo una delle più interessanti raccolte private aperte al pubblico, presentata in un contesto di grande fascino. I giovani gentiluomini si chiamavano: Cesare Sersale, Giovan Andrea Gambacorta, Girolamo Lagni, Astorgio Agnese, Giovan Battista d’Alessandro, Giovan Vincenzo Piscicelli e Giovan Battista Manso. Per pittura napoletana si intende quell’attività creativa pittorica che abbraccia un arco di tempo che va dal XVII alla prima metà del XX secolo e che ha interessato la città di Napoli influenzando poi tutto il meridione. Tra le principali città d’arte europee, Napoli può vantare una lunga tradizione artistica sebbene non si sia potuta riscontrare una vera e propria scuola pittorica continuativa nei secoli e nota sul piano europeo. Ciò accadde soprattutto perché mentre ad esempio a Firenze esisteva il mecenatismo delle grandi famiglie dei Medici e fenomeni simili si avevano in tutta l’Italia settentrionale, a Napoli il mecenatismo non aveva alcun ruolo in un regno sotto continue dominazioni straniere. Tuttavia importanti e numerose correnti artistiche si sono affermate nel corso dei secoli nella città partenopea grazie al suo cosmopolitismo, che l’ha portata a contatto prima con la pittura senese e poi a quella emiliana, alla presenza di sovrani illuminati come Roberto d’Angiò e Carlo di Borbone e grazie anche al passaggio in città di Caravaggio, il cui arrivo, avvenuto nel XVII secolo, fu determinate per la nascita della pittura napoletana strettamente intesa con la conseguente fioritura in città di un cospicuo numero di seguaci che contribuirono considerevolmente alla nascita della corrente del caravaggismo. Nel corso del XIX secolo la pittura napoletana assunse una maggiore consapevolezza individuale grazie all’Accademia di Belle Arti che formò un importante numero di artisti, dei quali, una parte di questi, costituì la cosiddetta scuola di Posillipo, all’avanguardia nella pittura di paesaggio. L’arte napoletana assume una dimensione più forte e radicata solo a partire dal Seicento, quando diversi importanti pittori si fanno eredi della lezione del Caravaggio, che proprio a Napoli tra il 1607 e il 1610 soggiorna e sviluppa la sua arte. Questo fu il periodo che portò alla nascita il caravaggismo, che tra le altre cose coincise sostanzialmente con l’arrivo in città di altri maestri della pittura come Guido Reni e Giovanni Lanfranco. Tutti questi elementi furono indispensabili per la nascita, prima, e per lo sviluppo, poi, della pittura napoletana. Primo fra tutti a seguire le orme del Merisi fu Carlo Sellitto, non a caso oggi definito il primo caravaggesco napoletano[1]: opere di quest’artista d’origini lucane si trovano disseminate in diverse chiese della città nonché in diversi musei nazionali. La sua prematura morte, avvenuta all’età di soli 33 anni, tuttavia privò ben presto Napoli del ritrattista più ricercato tra i membri dell’aristocrazia partenopea. Sebbene il Sellitto fu il primo caravaggista, ad essere maggiormente influenzato da Caravaggio è Battistello Caracciolo,[3] già probabilmente allievo di Belisario Corenzio, importante frescante che eseguì numerosi lavori presso diverse chiese napoletane. Il Caracciolo esprime appieno la grande rivoluzione caravaggesca delle tonalità della luce e dell’uso dell’ombra, abbandonando però gradualmente il realismo del maestro e avvicinandosi a modelli idealizzati classicisti probabilmente in seguito ai viaggi a Roma e Firenze:[3] di lui si possono ammirare gli affreschi nella Certosa di San Martino e numerose tele conservate nelle chiese napoletane e nei musei nazionali, su tutte quella presente nella chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli raffigurante la Liberazione di san Pietro.

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Più o meno parallela a quella del Caracciolo è l’attività di Jusepe de Ribera detto lo “Spagnoletto”, nato in Spagna nei pressi di Valencia ma napoletano di adozione. Dopo un soggiorno a Roma, il maestro spagnolo giunse nella città partenopea nel 1616, forse per sfuggire ai creditori o forse chiamato dal viceré poiché la sua fama era già piuttosto diffusa. La sua arte è violentemente realistica, accentuando Caravaggio anche nelle forti ombre in cui sono immersi i personaggi dei suoi quadri (molti dei quali a tema classico, come il Sileno ebbro al Museo di Capodimonte).[3] Solo dopo l’incontro (sempre a Napoli) nel 1630 con Velázquez, la pittura dello Spagnoletto diventa più chiara e colorata, attirando l’attenzione del re di Spagna che gli commissiona delle tele (oggi all’Escorial e al Museo Del Prado). A Napoli le tele del Ribera sono pressoché presenti in ogni museo cittadino, mentre le chiese che ospitano suoi lavori sono quella del Gesù Nuovo e la certosa di San Martino. L’arrivo del Ribera in città coincide all’incirca con la chiusura della stagione del Caravaggio. Questo fattore non è da tralasciare perché così si ebbe modo di proseguire la scia artistica intrapresa dal pittore lombardo con un altro maestro di calibro internazionale già noto all’epoca oltre i confini. Prova di ciò fu il fatto che anche lo Spagnoletto ebbe modo di creare un filone di seguaci influenzati e formatesi presso la sua bottega. Fu questo il caso del pittore napoletano più noto su scala mondiale: Luca Giordano. Il Giordano si annovera tra i più importanti pittori italiani e tra i più prolifici di sempre, avendo all’attivo circa tremila dipinti eseguiti.[4] La sua arte inizia con la scuola riberesca prolungandosi nel tempo fino a superare definitivamente la tradizione del barocco seicentesco, inaugurando così l’arte del secolo successivo con i suoi vivaci colori che riprende dallo studio magistrale della pittura veneta che fece durante un suo soggiorno a Venezia e dall’attento studio altresì di autori del Cinquecento come Raffaello, Annibale Carracci e Michelangelo.[3] Del Giordano si possono ricordare tele e cicli di affreschi di primaria importanza nel contesto artistico nazionale. Gli affreschi nella galleria di Luca Giordano (già galleria degli Specchi) al palazzo Medici Riccardi di Firenze sono tra le opere più note di questo artista, esposto oltre che nei musei e chiese di Napoli anche al Prado di Madrid, alla National Gallery di Londra, al Kunsthistorisches di Vienna, al Louvre di Parigi, agli Uffizi di Firenze ed in altre parti d’Italia. Se l’ultima parte del Seicento è ampiamente dominata dalla presenza di Luca Giordano, bisogna dire che contemporaneamente a questi un altro pittore che salì alla ribalta nello stesso periodo fu Mattia Preti. Il Preti, pittore calabrese giunto in città nel 1653, ebbe modo di affrescare con pitture votive sul dopo peste del 1656-1657 tutte e quattro le porte onorarie di Napoli, dei cui lavori oggi permane solo quello su porta San Gennaro.

Proprio a Napoli avviene l’incontro con Luca Giordano che risulterà di particolare rilevanza per entrambi in quanto fonte per i due di un interscambio di influenze stilistiche. Del Preti si possono ammirare anche alcune tele presenti a Capodimonte nonché gli affreschi sul soffitto della chiesa di San Pietro a Majella. Massimo Stanzione, Ritratto di donna napoletana (1635). Fine Arts Museums di San Francisco. Parallelamente al Ribera, al Giordano ed al Preti, intanto, Massimo Stanzione, già allievo del Fabrizio Santafede, perfeziona la sua pittura grazie ad un viaggio fatto a Roma nel 1617. Fu così che divenne uno dei primi autori napoletani del seicento a staccarsi dall’impronta del Merisi.[3] Divenne di fatto uno dei più importanti e ricercati affrescatori di Napoli,[3] ricevendo in alcuni casi commissioni anche in Spagna. Egli fu grande amico e collaboratore artistico di un’altra pittrice giunta in quegli anni (1630) a Napoli, vista la fiorente attenzione all’arte che la città stava riversando: Artemisia Gentileschi. Della Gentileschi permangono in città diverse opere eseguite dagli anni trenta del XVII secolo fino alla sua morte, avvenuta nel 1653. Infatti l’artista romana, dalla vita travagliata e ricca di sofferenze, decise di adottare la città partenopea come sua seconda patria, trovando infatti nozze e concependo due figlie in loco. L’arrivo a Napoli della Gentileschi, anch’essa sulla scia del Caravaggio, fu motivo di una importante crescita professionale, trovando infatti commissioni tanto di particolare prestigio quanto con una certa frequenza. Furono questi gli anni delle tre tele per la cattedrale di Pozzuoli: il San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, l’Adorazione dei Magi ed il San Procolo e Nicea; dell’Annunciazione di Capodimonte; nonché gli anni delle commissioni spagnole, con la Nascita di san Giovanni Battista, opera questa appartenente ad un ciclo di sei commissioni quattro delle quali affidate allo Stanzione, una a Paolo Finoglia ed una alla Gentileschi. Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne (1612-13) .Gli autori come Ribera, Giordano, Caracciolo, Stanzione e Preti, accompagnati da altri esponenti che sono stati di passaggio a Napoli nella prima metà del Seicento, come Guido Reni, Domenichino, Giovanni Lanfranco, saranno motivo di grande influenza per le generazioni che seguiranno contribuendo direttamente e indirettamente all’evoluzione della pittura locale. In particolar modo, gli arrivi del Domenichino e del Lanfranco (che stazionarono in città per circa un decennio) furono motivo di respiro per la pittura partenopea, fino ad allora troppo incentrata sulla scuola di Caravaggio e sui suoi seguaci. Dai tre pittori “forestieri”, che hanno lasciato in città molte opere tra pitture e cicli di affreschi, ci fu dunque modo di ricevere influssi tipici della pittura emiliana donando in questo modo una maggior dimensione artistica alla appena nata scuola locale.

A tutti questi nomi, si affiancano quelli di altri artisti le cui opere sono oggi conservate nei più importanti musei d’Europa: Bernardo Cavallino, Aniello Falcone, Micco Spadaro, Andrea De Lione, Salvator Rosa, Francesco Di Maria, Giovanni Balducci, Bernardo De Dominici, Andrea Malinconico, Paolo Finoglio, Lorenzo e Andrea Vaccaro, Giacomo Farelli, Onofrio Palumbo, Francesco Guarini, Giovan Battista Ruoppolo, Giuseppe Recco, Cesare e Francesco Fracanzano, Giuseppe Simonelli, Giuseppe Marullo, Pacecco De Rosa e Belisario Corenzio. Affreschi di Belisario Corenzio nella chiesa dei Santi Marcellino e Festo di Napoli .Aniello Falcone, le cui opere si possono ammirare al Duomo, al Gesù Nuovo negli affreschi della volta della Sacrestia, e al Museo di Capodimonte, vede nella sua bottega formarsi altri importanti artisti napoletani, tra cui Micco Spadaro e Salvator Rosa, insieme ai quali – e con molti altri – sembra avesse formato la “Compagnia della Morte”, così chiamata perché i suoi affiliati uccidevano gli spagnoli nelle strade della città come vendetta per la morte di un loro amico. La pittura di Micco Spadaro, il cui vero nome era Domenico Gargiulo, è nota per due diversi ‘cicli tematici’: il primo è quello dei paesaggi e delle vedute architettoniche (Villa di Poggioreale, Storie bibliche, Storie di certosini – queste ultime due a San Martino), l’altro è quello della rappresentazione di eventi a lui contemporanei, tra cui soprattutto la Rivolta di Masaniello del 1647 ed Eruzione del Vesuvio del 1631. Salvator Rosa, nato a Napoli ed attivo in questa città ma anche a Roma e Firenze, fu una personalità poliedrica che abbandonò il barocco e la pittura di genere per dedicarsi alle tematiche più disparate, dalle battaglie all’arte sacra fino all’ultima ma fondamentale produzione di paesaggi selvaggi e fantastici di gusto quasi romantico. Bernardo Cavallino, invece, è autore di tele religiose di gusto profano di grande luminosità e colore, molte delle quali esposte a Capodimonte. L’opera in questione le Sette opere di Misericordia è il soggetto di un dipinto del pittore italiano Michelangelo Merisi da Caravaggio, realizzato tra la fine del 1606 e l’inizio del 1607 e consegnato ai committenti il 9 gennaio di quell’anno. L’opera è conservata presso il Pio Monte della Misericordia di Napoli ed è la rappresentazione delle “sette opere di Misericordia corporali. La Congregazione del Pio Monte comprendeva tra i suoi aderenti anche Luigi Carafa-Colonna appartenente alla famiglia che protesse la fuga di Caravaggio da Roma. Proprio per questo istituto fu commissionata ed eseguita la tela delle “Sette opere di Misericordia”. L’opera in questione si rivelerà cardine per la pittura in sud Italia e per la pittura italiana in genere, la cui composizione, rispetto alle pitture romane, è più drammatica e concitata, non esistendo più un fulcro centrale dell’azione. Presso il Pio Monte della Misericordia è conservato, inoltre, il contratto originale che il Caravaggio stipulò con l’istituto.

Sullo stesso è riportata la firma del pittore ed il suo compenso per l’opera eseguita, 470 ducati. L’opera ha una composizione serrata, che concentra in una visione d’insieme diversi personaggi, ma può essere confusa con una semplice scena di genere, tant’è vero che sembra ambientata in un tipico vicolo popolare di Napoli. Sulla parte superiore del dipinto, a supervisionare l’intera scena che si svolge nella parte bassa, vi è la Madonna col Bambino accompagnata da due angeli.Le sette opere di misericordia sono nella tela del Merisi così raffigurate:”Seppellire i morti”: è raffigurato sulla destra con il trasporto di un cadavere di cui si vedono solo i piedi, da parte di un diacono che regge la fiaccola e un portatore.”Visitare i carcerati” e “Dar da mangiare agli affamati”: sono concentrati in un singolo episodio: quello di Cimone (Valerio Massimo, “Factorum et dictorum memorabilium”, IX, 4, ext. 1), che condannato a morte per fame in carcere, fu nutrito dal seno della figlia Pero e per questo fu graziato dai magistrati che fecero erigere nello stesso luogo un tempio dedicato alla Dea Pietà. Sullo stesso luogo fu poi edificata la Basilica di San Nicola in Carcere.”Vestire gli ignudi”: appare sulla parte sinistra concentrato in una figura di giovane cavaliere (un San Martino di Tours) che fa dono del mantello ad un uomo dalla posa michelangiolesca visto di spalle; allo stesso santo è legata la figura dello storpio in basso nell’angolo più a sinistra: anche questo episodio è un riferimento alla agiografia di Martino, un emblema del “Curare gli infermi”.”Dar da bere agli assetati”: è rappresentato da un uomo che beve da una mascella d’asino, Sansone, perché nel deserto bevve l’acqua fatta sgorgare miracolosamente dal Signore.”Ospitare i pellegrini”: è riassunto da due figure: l’uomo in piedi all’estrema sinistra che indica un punto verso l’esterno, ed un altro che per l’attributo della conchiglia sul cappello (segno del pellegrinaggio a Santiago de Compostela) è facilmente identificabile con un pellegrino.Alcuni particolari di notevole fattura da notare sono: la goccia di latte sulla barba del vecchio (Dar da mangiare agli affamati); i piedi lividi del cadavere che spuntano dall’angolo (Seppellire i morti); l’ombra che le figure celesti proiettano sulla prigione, a indicare una presenza concreta e terrena. La storia critica del dipinto è un esempio di quanto la pittura di Caravaggio sia stata soggetta a fraintendimenti e letture fuorvianti. Uno dei luoghi comuni più frequenti è quello del pittore che coscientemente tradisce le volontà e le esigenze di rappresentazione dei committenti per dipingere scene di strada e popolaresche senza altre finalità.

« Cosa dire di una composizione come Le Sette Opere di Misericordia dove ci vengono presentati i soli piedi di un cadavere portato a seppellire, una giovane isterica che offre il petto a un vecchio, alcune figure giorgionesche occupate in indecifrabili attività, e un uomo – c’è da supporre un medico – che guarda in controluce il contenuto di un bicchiere? »

(Bernard Berenson nel 1951)

« La camera scura è trovata all’imbrunire, in un quadrivio napoletano sotto il volo degli angeli lazzari che fanno la “voltatella” all’altezza dei primi piani, nello sgocciolio delle lenzuola lavate alla peggio e sventolanti a festone sotto la finestra da cui ora si affaccia una “nostra donna col bambino”, belli entrambi come un Raffaello “senza seggiola” perché ripresi dalla verità nuda di Forcella o di Pizzofalcone. »

Madonna col Bambino attorniata da due angeli .Più recentemente gli studi di Maurizio Calvesi hanno riletto le opere del Merisi evidenziando nel caso di questo dipinto napoletano la vicinanza allo spirito del Catechismo redatto dal Cardinale Roberto Bellarmino del 1597, che seguendo la corrente pauperista in seno alla Chiesa della Controriforma propugnava il ritorno ai valori più puri del Vangelo e di conseguenza la pratica delle opere di Carità come mezzo di espiazione e di elevazione spirituale. In questa direzione va interpretata anche la presenza della figura della Madonna col Bambino in alto attorniata da due figure angeliche, non trattandosi di un miracolo, alluderebbe al ruolo della Chiesa nella promozione e nella pratica delle opere, ad esempio il mantello, di San Martino è metaforicamente dipinto come una forma elicoidale che partendo dalla figura di Maria giunge all’ignudo. Secondo l’osservazione di John T. Spike, l’angelo sospeso al centro trasmette la grazia che ispira le opere di misericordia. Lo studioso accenna anche l’insolita selezione di Sansone come emblema di “Dar da bere agli assetati”. Diversamente dagli altri personaggi del dipinto, e dai membri della Congregazione, l’eroico Sansone non sta compiendo un atto di misericordia, invece è lui che è salvato dalla grazia di Dio. Nello stile di Caravaggio il naturalismo, la scelta di soggetti reali nelle sue pitture e l’alto livello di simbolismo sono condensati in un’unica scena. Il significato morale di fondo è il rapporto speculare tra le opere misericordiose che uomini compiono come avvicinamento a Dio e la misericordia della Grazia che Dio rende agli uomini, un tema che era logico trovare in una pala destinata ad una congregazione, come quella napoletana, dedita a questo tipo di attività assistenziale. Stilisticamente il dipinto si avvicina alle ultime pitture di Caravaggio a Roma, in particolare ricorda il Martirio di San Matteo per la soluzione compositiva di un gruppo di figure variamente atteggiate che si dispongono lungo delle direttrici a raggiera, ma si differenzia per l’utilizzo di una luce che scolpisce le forme attraverso un chiaroscuro più netto e frantumato.

Il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini sostiene : “Che i visitatori dell’ Expo devono essere invogliati a proseguire il viaggio lungo la penisola alla scoperta delle eccellenze culturali ed enogastrononiche essendo il tema di Expo proprio quello della nutrizione e del cibo . Che si attivino piuttosto gli strumenti che consentano di invogliare i visitatori a percorrere le strade italiane per scoprire gli immensi giacimenti culturali ed ambientali del nostro paese”.

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Thomas Scalera

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