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IL 68 IN TERRA DI LAVORO

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Giovedì 24 maggio 2018, presso la sala convegni della CGIL provinciale si è tenuto il convegno Cittadinanza e diritti: Il 68 in Terra di Lavoro.

Un incontro programmato e promosso dalla APS “Le Piazze del sapere -Aislo Campania”.

Anche a Caserta quindi, in occasione del cinquantenario del’68, si è reputato utile esaminare e ragionare su questa “stagione” significativa per le conquiste civili e dei lavoratori. La direttrice dell’Archivio di Stato di Caserta, dottoressa Luigia Grillo ha ricostruito la “stagione del 68” in Terra di lavoro mostrando una documentazione storica, costituita da manifesti, volantini, documenti della CGIL, di partiti politici e di movimenti giovanili tratti dai fondi archivistici di Giuseppe Capobianco e Paolo Pietro Broccoli, presentati in formato digitale.
Camilla Bernabei, segretaria provinciale della Cgil, con il suo intervento ha ricordato il 68 a Caserta e il fatto sostanziale che il movimento sindacale ed in particolare la Cgil fu fucina di un movimento operaio che operò sia nel settore agrario che in quello industriale. In particolare presso la Saicon Bean, la più grande azienda presente a Caserta in quegli anni. I giovani e gli operai trovarono momenti unitari d’intenti. Il 68 non fu breve ma durò per un lungo periodo in Italia arrivando agli anni 77. Periodo fondamentale per i grandi cambiamenti anche per il movimento femminista, le conquiste avute in quegli anni sono state fondamentali per l’evoluzione sociale degli anni successivi a partire dalla legge 194, importante norma per la difesa della salute per le donne e oggi messa in discussione dopo 40 anni dall’emanazione.
Credo fosse doveroso dar spazio e voce a questa parentesi politico-sociale per certi versi mai chiusa perché il sessantotto non è stato soltanto un movimento sociale e politico che ha profondamente diviso l’opinione pubblica e i critici. Infatti c’è chi sostiene sia stato uno straordinario momento di crescita civile e chi invece il trionfo di tutt’altro. Il 1968 fu infatti molto di più di un vento di protesta contro la disfunzione di scuola e università o un tentativo di rovesciare i valori dominanti in quegli anni e non va dimenticato.
Il panorama odierno sembra sconfortante, la società contemporanea ci propone una cultura contro la vita e proprio per questo non dobbiamo abbatterci perché il pessimismo significa staticità, invecchiamento, rassegnazione. Oggi moltissimi giovani sono lasciati a loro stessi, si sentono disorientati, soli e smarriti e li vediamo sopravvivere senza energia, senza grinta, senza passione. Bisogna ripartire da questi giovani senza fingere che non esistano altrettanti giovani che sono il motore pulsante della società. Da una parte, la società non lascia spazio alla meritocrazia e non offre grandi possibilità per costruire un vero futuro, dall’altra è di moda un’educazione permissiva che evita qualsiasi sacrificio: ne deriva una generazione stanca, priva di valori, che si distrae per non pensare agli interrogativi seri della vita. L’emergenza attuale, non si limita al dramma educativo: riattivare cervelli spenti, omologati, non abituati a compiere alcun approfondimento, incapaci di formulare giudizi autonomi e di usufruire di quell’immenso patrimonio culturale e linguistico che tutti noi abbiamo a disposizione. La scuola deve insegnare il pensiero critico. Affinché regni nel loro intimo un perenne costruttivo sessantotto, che li motivi a cambiare ciò che nuoce, lede i diritti annientando anche la più scontata delle opportunità e che li incoraggi a credere che possano ottenere questo e per tutti.

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