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“Non piangiamo perché siamo tristi, siamo tristi perché piangiamo”: tra fisiologia e cognizione delle emozioni

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Sono depresso perché non sono stato promosso ad un esame o non sono stato promosso perché il mio umore depresso ha influenzato negativamente la mia performance nonostante la mia preparazione?

Entrambe le proposizioni possono essere vere.

Oppure, a quanti di noi capita, quando siamo tristi, di sentire musica triste? Sapreste dire con assoluta certezza che avete prima ascoltato la musica ed è stata quella a rendervi tristi? Non pensate che in parte voi foste già tristi e avete scelto di ascoltare proprio quel tipo di musica così vicina al vostro stato d’animo? Spesso, magari, sentiamo dentro di noi qualcosa, forse a livello fisiologico e, nella successiva elaborazione cognitiva (e cosciente), ci mettiamo in linea con quel sentire.

Ve lo siete mai chiesti da dove nasca un’emozione? Di solito, sosteniamo che ci sia sempre prima un evento scatenante a cui ne associamo una: paura, rabbia, gioia, tristezza. Nutriamo la convinzione che ci sia qualcosa, là fuori, che smuove il nostro mondo dentro. Ed è vero. Ma analizziamo bene la premessa: “siamo tristi perché piangiamo”. Così posta la questione, verrebbe da pensare che in realtà la tristezza, come emozione, sia successiva alla reazione fisiologica che, in questo caso, scatena il pianto. Proviamo con un esempio concreto. Se vedo un leone in fuga dallo zoo quale sarà la mia prima reazione? Probabilmente avrò paura. Ma prima della presa di coscienza della paura c’è dell’altro? Secondo William James, lo psicologo che più di 200 anni fa partorì la frase che fa da fermo- immagine a questo scritto, sì. William James teorizzò la cosiddetta teoria periferica delle emozioni che sostiene che prima dell’insorgenza consapevole di un’emozione, quindi prima della sua elaborazione, si diparta dal nostro Sistema Nervoso Autonomo una serie di segnali fisiologici.

Secondo la scienza, l’emozione viene prima dell’attivazione fisiologica. E solo dopo l’elaborazione cognitiva di quel che sto provando, il mio corpo avrà una serie di reazioni fisiologiche. Per James era vero l’opposto. Nella sua visione, alla vista del leone, le reazioni fisiologiche avrebbero avuto la precedenza, quindi ci saremmo ritrovati a doverci confrontare con alcuni segnali del nostro corpo (sudorazione, aumento del battito cardiaco) e a questi indicatori avremmo poi dato il nome di “paura”. James chiamava “feelings” proprio questi indicatori somatici. Quindi, ho paura perché sto sudando e mi batte forte il cuore. Allo stesso modo “sono triste perché sto piangendo”.

Anche se l’ipotesi non è del tutto surreale, in quanto c’è nel cervello anche una strada, quella dei centri subcorticali, che fa sì che l’informazione, anche se grezza, passi più velocemente (è proprio quella che stata funzionale agli uomini primitivi per scampare ai pericoli), come anticipato, la teoria di James è stata perlopiù smentita da ricerche scientifiche successive. Allora perché ve la racconto? Non mi metterò qui certo a smentire la scienza, ci mancherebbe, ma abbiate ancora un po’ di pazienza.

James non ci aveva azzeccato tout court, ma nelle sue parole possiamo scorgere un fondo di verità.

L’esperimento delle matite: quando la mimica influenza le emozioni e non viceversa

Prima di James, già il buon, caro, vecchio Darwin, nel volume “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, si era reso conto della forte influenza tra sentimenti ed espressione del corpo. Interessato a scoprire se le espressioni facciali relative alle emozioni di base fossero o meno innate (su questo vedi l’importante contributo di Paul Ekman), giunse addirittura alla conclusione che non solo la mimica esprime i nostri sentimenti, essa è persino in grado di influenzarli. Nell’ottica darwiniana, dunque, la mera simulazione di una configurazione facciale relativa ad una specifica emozione sarebbe sufficiente a far scaturire proprio quell’ emozione.  Può sembrare una cavolata, non certo secondo quanto dimostrano i risultati dell’esperimento condotto nel 1988 dalla psicologa Sabine Stepper. Nell’ esperimento, due gruppi devono tenere in bocca una matita. Il primo gruppo, guardandosi allo specchio, deve far attenzione a non toccarla con le labbra, fino ad ottenere la configurazione (un po’ stentata) di un sorriso. Il secondo gruppo, invece, doveva tenere forte la matita tra le labbra, ottenendo come risultato un’espressione contratta, tirata, tutt’altro che sorridente, come se avessero il broncio. Dopo aver condizionato con questo stratagemma la mimica di entrambi i gruppi, la psicologa mostrò loro vignette di fumetti e chiese quanto li trovassero divertenti. Il risultato fu che il primo gruppo, costretto forzatamente a ridere, trovava le vignette molto più divertenti del secondo gruppo. La conclusione del team di ricerca fu che, probabilmente, il nostro cervello funziona in questo modo “se rido, vuol dire che sono divertito”.

Numerose ricerche successive hanno dimostrato la biunivocità del rapporto tra emozione e mimica, cervello e fisiologia ed emozione. Alcuni di questi, ad esempio, sostengono che apprendiamo più velocemente se al contempo muoviamo il nostro corpo, se passeggiamo. Allo stesso modo, è noto a tutti che avere un viso rilassato aiuta a conciliare la calma e la stabilità con noi stessi.

Forse, emozione e percezione, fisiologia ed elaborazione cognitiva, stanno tra loro in continuo rapporto dinamico. Infatti, come disse Darwin, “Chi si lascia andare a gesti violenti vedrà aumentare la propria rabbia e chi non controlla con la volontà i segnali esterni della paura, la sentirà in modo più forte”. Cosa ci costa, in fondo, indurci un sorriso: basta una matita tra i denti, purché non la si tocchi con le labbra!

https://www.v-news.it/vedo-quel-che-senti-la-teoria-universale-delle-emozioni-e-il-f-a-c-s-come-metodo-di-indagine-per-rivelarle/

https://www.v-news.it/come-smascherare-un-bugiardo-attraverso-i-segnali-del-corpo/

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